Quando una fotografia diventa una storia da custodire
di Carmen Caliendo
Ci sono tradizioni che, se osservate soltanto da lontano, possono sembrare semplicemente feste popolari, appuntamenti che si ripetono ogni anno e che fanno parte del calendario di una comunità. Poi capita di fermarsi, di ascoltare, di conoscere le persone che quella tradizione la vivono e la raccontano. E allora ci si accorge che dietro quelle immagini, dietro quei gesti e dietro quella festa, c’è molto di più.
È quello che è accaduto a me con i Gigli di Brusciano. Per molto tempo li avevo guardati con gli occhi di chi vedeva soprattutto il folklore. Ricordo persino di aver sorriso, da ragazza, davanti ai miei compagni di scuola che imitavano chi sollevava il Giglio. Oggi, invece, guardo quelle stesse immagini con occhi completamente diversi, perché ho scoperto che dietro quella festa esiste una storia fatta di persone, fede, tradizione, appartenenza e memoria.

La mostra fotografica “Percorso fotografico nella storia e nella tradizione di Brusciano”, promossa dall’associazione Brusciano SiCura, è stata per me un’occasione per entrare ancora più profondamente dentro questa storia. Attraverso le fotografie non sono stati raccontati soltanto momenti di festa, ma frammenti di una comunità: volti, gesti, emozioni, generazioni e momenti che rischierebbero altrimenti di rimanere affidati soltanto al ricordo di chi li ha vissuti. Ma c’è stato un aspetto della serata che mi ha colpito forse più di ogni altro.
Guardando le persone avvicinarsi alle fotografie, mi sono resa conto che per molti di loro quella non era semplicemente una mostra da osservare. Era quasi una ricerca. C’era chi cercava un volto conosciuto, chi provava a riconoscere un proprio parente, chi si fermava davanti a una fotografia nel tentativo di ritrovare un pezzo della propria famiglia e del proprio passato. In quegli sguardi si percepiva l’emozione di chi non stava semplicemente guardando una fotografia, ma stava cercando qualcosa di sé. Un volto, un ricordo, una persona amata, una storia ascoltata tante volte. Forse anche qualcuno che non c’è più.
E in quei momenti ho capito ancora di più quanto una fotografia possa essere potente. Perché non conserva soltanto un’immagine: conserva un pezzo di vita. E quando quell’immagine torna davanti agli occhi di chi quella storia l’ha vissuta, o l’ha ricevuta attraverso i racconti della propria famiglia, la memoria torna a vivere.

La stessa emozione l’ho percepita anche durante gli interventi che hanno accompagnato la serata. Le persone ascoltavano con attenzione, quasi con il rispetto con cui si ascolta qualcuno che sta raccontando una storia importante. Mi è venuta spontaneamente in mente l’immagine dei bambini seduti ad ascoltare i propri nonni mentre raccontano le storie di un tempo. C’era quella stessa attenzione, quella curiosità silenziosa, quella voglia di conoscere ciò che è stato per poterlo comprendere e riconoscere nel presente.
E io sono rimasta ad osservare tutto questo con grande fascino. Mi sono lasciata avvolgere dalle emozioni di quelle persone, dai loro sguardi, dai ricordi che riaffioravano davanti a una fotografia e dall’attenzione con cui venivano ascoltate le testimonianze. È stato allora che ho compreso che quella mostra non era soltanto un’esposizione fotografica. Era un incontro tra generazioni. Un modo per mettere in dialogo chi quella storia l’ha vissuta, chi l’ha ricevuta attraverso i racconti familiari e chi oggi vuole conoscerla per poterla trasmettere domani.
Durante la serata ho avuto modo di conoscere e ascoltare diverse persone che condividono proprio questa consapevolezza: il dottor Antonio Castaldo, presidente dell’associazione Brusciano SiCura, Vincenzo Ruggiero,, Giualuigi Di Framco, Filippo Di Pietro Antonio, Aniello Tramontano e tante altre persone che, con sensibilità e passione, stanno lavorando affinché la storia dei Gigli non venga dispersa e non venga ridotta alla sola dimensione spettacolare.

Particolarmente significativo è stato vedere l’entusiasmo dei giovani. Giovani che non vogliono che la storia dei Gigli passi inosservata. Non vogliono che venga considerata semplicemente una festa come tante altre. Vogliono conoscerne le radici, comprenderne il significato e contribuire a farla conoscere anche a chi verrà dopo di loro.
È una scelta importante, perché una tradizione può continuare a vivere soltanto se trova qualcuno disposto non soltanto a ripeterla, ma anche a comprenderla e a raccontarla. In questa direzione si inserisce anche l’idea di realizzare un annuario, un progetto che potrebbe raccogliere fotografie, testimonianze, avvenimenti e memorie, costruendo nel tempo una sorta di archivio della comunità. Un modo concreto per non lasciare che il tempo cancelli volti, storie e momenti che hanno contribuito a costruire l’identità di Brusciano. Perché la memoria, se non viene custodita, rischia di perdersi.
Forse è proprio questo il messaggio più bello che porto con me da questa serata: la tradizione non è qualcosa di fermo nel passato. È qualcosa che può continuare a vivere quando ci sono persone che scelgono di prendersene cura. La storia non vive soltanto nei libri. Vive nelle fotografie, nei racconti, nei ricordi delle famiglie, nelle parole di chi c’era e negli occhi di chi oggi ascolta. Vive anche nella curiosità di un giovane che vuole sapere chi c’è dentro una fotografia, nella persona che cerca il volto di un familiare tra tante immagini e in quella comunità che decide di raccogliere tutto questo per consegnarlo alle generazioni future.
È forse questo il senso più profondo di una mostra come questa. Non soltanto guardare il passato, ma riconoscersi dentro quel passato. Non soltanto conservare fotografie, ma conservare identità. Non soltanto celebrare una tradizione, ma comprenderne la storia per poterla raccontare ancora. A Brusciano ho visto persone diverse, di generazioni diverse, unite dalla stessa volontà: non lasciare che una parte così importante della propria storia venga dimenticata.
Mentre osservavo quelle fotografie, ascoltavo gli interventi e guardavo le persone cercare nei volti del passato qualcosa che apparteneva alla propria vita, mi sono sentita profondamente affascinata. Perché in quella sala non c’erano soltanto immagini. C’erano storie. C’erano ricordi. C’erano emozioni. E soprattutto c’era una comunità che, attraverso quelle immagini, stava scegliendo di ricordare. E una storia che viene ricordata, raccontata e consegnata ai più giovani è una storia che continua, ancora oggi, a vivere.
Testo e foto di Carmen Caliendo







