Di martedì, cinque appuntamenti per scoprire notizie e curiosità sulla bevanda iconica di Napoli
Divagazioni sul rito napoletano del caffè e della maniera di consumarlo, con l’aggiunta di veloci vagabondaggi su versi, canzoni, pubblicità e caffè storici di Napoli.
‘O ccafè a ccora ‘e zoccola…
Lungo, corto, bollente, ristretto, non scottante, dolce, poco zucchero, amaro, in vetro, in tazza, schiumato, con lo “schizzo” di anice, alla turca: grani finissimi e acqua bollente ad estrarne l’aroma; corretto, con una goccia di latte; alla francese ovvero con una scorzetta di limone; con tre “C”: comme cazzo coce, scritte così, tutta una tirata e senza virgola, ovvero una frase con soggetto nascosto e tre lemmi potenti, che poi vuol significare “come cavolo scotta”, mentre qualcun altro, poco introdotto alla lingua di partenope, invece, riferendosi alla tazzina, vorrebbe le tre “C” tradotte in “calda, comoda e carica”… sic! Ci sta pure un altro adagio che lo vorrebbe con tre “S”: seduto, scottante e sorseggiando… mah.
Comunque, il comme cazzo coce del caffè, anche da seduto, è ineguagliabile. Certo volete mettere un caffè preso con calma con uno sorbito allerta allerta e ‘e pressa ‘e pressa perché uno va, appunto ‘e pressa ché tiene che ffa’? A Corso Garibaldi, tanti anni fa, difatti e se ben ricordo, ci stava nu cafè la cui insegna era appunto “vaco ‘e pressa”, nel quale diverse volte mi sono fermato a gustare na tazzulella ‘e cafè. E, continuando nell’elenco, c’è poi quello con la goccia di cognac (certuni, più audaci, usano metterci pure la cannella…); l’altro con panna: freddo o caldo; a ccóra ‘e zoccola (con il liquido bruno che scende nella tazzina, lentamente, a filo sottile, tanto da fare immagine a chi guarda di vedere una coda di pantegana, immagine di copertina); a granita, in estate e, all’epoca dell’apparizione e del passaggio per Napoli di D10S, il “Maradona”.
Caffettiere, cocumelle e antichi macinini.Ecco il Caffè. ‘O Ccafé, lemma sensuale napoletano scritto con la “C” maiuscola, per rispetto, e con raddoppio della consonante “c”, in quanto sta a indicare la bevanda.
Quello con una sola “c”, invece, ovvero ‘o café, indica il locale, l’ambiente, il bar, dove ogni napoletano che si rispetti, giorno dopo giorno, assapora, anche più volte nella stessa giornata, questo momento di tranquillità, quest’attimo di sospensione dalla complicata vita terrena, un lampo di riassestamento fisico e mentale. Vale a dire che quando, come dicono quelli che conoscono le lingue forestiere, senti la necessità di resettare na iurnata che, cominciata male, sta continuando ancora peggio, ovvero è diventata una cosa molto prossima a una emerita schifezza, non ti resta altro che puntare su un caffè, fatto come Dio comanda, per tentare di riportarla in carreggiata. Tentativo che nella maggior parte dei casi pure riesce.
L’unico caffè che non sono mai riuscito a bere (e credo che non ne sarò capace nemmeno in futuro), oltre a un caffè caldo “freddo”, ovvero un caffè che, se non viene bevuto subito, per il napoletano diventa “freddo”, anche se poi risulta che è solo tiepido, e che si mette sullo stomaco e si ripropone con la stessa frequenza e insistenza con la quale i peperoni imbottiti, mangiati di sera, salgono e scendono, è stato quello in “monouso”. Perché quello in monouso non è un caffè ma è nu surzo ‘e plastica cucente, un sorso di plastica cocente. Oppure, di “carta scottante”, se il bicchierino monouso che vi ammollano fosse fatto di questo materiale.

Quanti bar/cafè, ci sono a Napoli? Bella domanda. Diciamo che ogni strada, o vicolo, tanto del centro storico quanto della periferia, tiene il suo profumo di caffè che, al mattino, se ne esce fuori dal locale, attraversando la porta principale e si diffonde, aggirandosi nei dintorni dell’ingresso, per almeno una decina di metri, prima che la puzza degli scarichi delle auto copra e sigilli tutto, come se fosse una trapunta invernale.
Insomma, così come la sirena ammaliava Ulisse e i suoi marinai con il canto, il caffè con il suo aroma strega l’ignaro avventore, come fa una bella donna con la sua avvenenza. Un profumo, dunque, che è il riassunto degli aromi, emessi dalle differenti miscele che formano la preziosa polverina, che invadono l’aria sin dalla prima goccia che scende nella tazzina dal beccuccio della macchina per l’espresso.
Crediti fotografici: immagini dal web







