Sospeso, un aggettivo che sta bene col caffè e con tutta Napoli

Manca ancora un passaggio, quello sul caffè sospeso. Ovviamente, non me ne potevo dimenticare, per avere assistito tante volte alla scena, tra gli anni Settanta e quelli Novanta, del secolo passato. Il “sospeso”, di cui, sottovoce e timidamente, veniva fatta richiesta (ce stesse nu sospeso?) era la cortesia di sostanza che un avventore metteva in pratica lasciando il caffè pagato per chiunque non se lo poteva permettere, nonostante il piccolo costo.

Non me n’ero scordato: semplicemente lo avevo tenuto… sospeso. Sospeso come tante cose di questa città. Perché Napoli è essa stessa una città “sospesa”. Sospesa sulle grotte di tufo e sulle cavità millenarie; sospesa tra amore per il prossimo e rifiuto del diverso; sospesa tra chi si fatica onestamente la vita e chi se la gioca tra “stese” e soprusi; sospesa tra l’eroismo del popolo delle “quattro giornate” e la prona acquiescenza degli anni successivi; sospesa tra l’essere na gran signora e na zandraglia. Una città dove persino san Gennaro fu “sospeso” da santo protettore in favore di sant’Antonio…

Ritornando al caffè e non volendo entrare nello specialistico della miscela e delle percentuali di robusta e di arabica che la costituiscono, e che le donano il profumo e la densità e il colore e il sapore che tanto vengono apprezzati dal caffeinomane, o dal fumatore incallito che appena vuotata la tazzina si accende, con un gesto lussurioso e lascivo, l’ennesima sigaretta, meglio se senza filtro, va detto che ogni caffè che si rispetti, e dunque ogni barista – caffettiere che si ritenga tale, prepara la “sua” miscela partendo dalle differenti tipologie di chicco che si trovano sul mercato.

Altri, che meno aspirano a essere riconosciuti come provetti caffettieri, invece non fanno altro che capovolgere il pacco da un chilo, di marca più o meno nota, nel macinino elettrico e aspettare che quest’ultimo faccia il lavoro per cui è stato acquistato.

E nemmeno guardano troppo alla pezzatura del macinato che ne esce. Che non deve mai essere troppo fina o troppo doppia, se si vuole che il caffè così preparato risulti, almeno, decente.

Ricordo un caffè a Piazza Garibaldi, nel quale mi sono fermato per anni a prendere uno straordinario “caffe da tre starnuti”: eh sì, perché quando più è bello forte e buono, il caffè mi fa starnutire… e tre starnuti sono il massimo mai espresso dal vostro che scrive. Per anni ho acquistato, ogni settimana, un quarto di miscela, in grani e mescola diversa, secondo richiesta mia e consiglio del Maestro di miscela, con il quale ragionavo, e che con l’occhio da intenditore e baffo a coda di zoccola e a manubrio, mi serviva, soddisfatto di questo cliente che gli chiedeva lumi sulla “scienza caffettiera” che lui, da perfetto sacerdote del sacro rito, padroneggiava.

I grani appena acquistati entravano e profumavano il cuoppo di carta leggermente oleata, che mi portavo a casa, dove lo macinavo fresco ogni mattina o alla bisogna, col vecchio macinino a mano, girando lentamente la manovella e stando ben attento a non rovinare la polvere con una macinazione troppo spinta o poco incisiva.

Con lo stesso piacere ricordo altri caffè, piazzati in punti di grande visibilità, tra via Toledo e piazza Dante e Piazza del Plebiscito, nei quali mi fermavo, e mi fermo ancora, a gustare un’ottima bevanda. Oppure, parlando del “Maradona”, quello che sorseggiavo con piacere sensuale in Piazza dei Martiri, sino a una ventina, e forse più, di anni fa.

Una delle caratteristiche del consumatore di caffè è la tecnica usata per berlo. C’è quello che, pur essendo destrorso, la tazzina non la prende per il manico ma la gira in modo da prenderla per il corpo e beve il suo caffè dal lato opposto a quello normale perché: ‘a llà ce veve nu cuofeno ‘e gentee a mme me fa schifo ‘e ce mettere ‘a vocca. Un poco più difficile per lo schifiltoso è la situazione che si crea quando costui chiede il caffè in vetro (se si tratta della tazzina di vetro, mette in opera lo stesso magistero fatto con le tazzine di porcellana, o di ceramica doppia) dove non esiste un lato di “bevuta” preferenziale.  E, ancora, ci sta quello che prima gira il caffè con il cucchiaino (chi lo fa in maniera circolare e chi lo fa girando dal basso in alto) e poi ne spalma un poco sul bordo della tazzina in maniera da “dare ‘o sapore d’’o ccafè” pure al bordo; e, c’è chi, quando sorseggia, lo fa alzando il mignolino, come fa il gatto con la coda, quando prova piacere, benessere e felicità.

 

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