Di martedì, il terzo dei cinque appuntamenti per scoprire notizie e curiosità sulla bevanda iconica di Napoli
Divagazioni sul rito napoletano del caffè e della maniera di consumarlo, con l’aggiunta di veloci vagabondaggi su versi, canzoni, pubblicità e caffè storici di Napoli.
Altra cosa notevole del café, ovvero del locale, è il barista, ‘o cafettiere, al quale sempre si dà il “don” ovvero si antepone il “don” al nome proprio: don Vincenzo, don Pasqualino, don Mario. Ebbene, costui fa un mestiere delicato e prezioso: oltre a dover sapere fare un eccellente caffè, il don Vincenzo di cui si diceva deve avere l’occhio del vecchio questurino e sapere riconoscere, e far sentire a casa, il cliente, l’avventore, ll’accunto, dopo il secondo, al massimo il terzo, giorno che costui frequenta il suo locale.
Di più, tra la seconda e la terza volta che ti vai a prendere il caffè da lui, con una serie di domande, che non sono affatto domande perché si tratta di un discorrere ameno tra l’attimo in cui poggia la tazzina sul piattino e lo sguardo che ti lancia per intuire dall’espressione del viso quanto tu abbi apprezzato il “suo” caffè, don Vincenzo è in grado di scoprire chi sei, a chi appartieni, dove abiti, che mestiere fai, dove lavori, quanti figli tieni, tra maschi e femmine, se lavorano o vanno a scuola, e i nipoti che ti hanno fatto.
Insomma, don Vincenzo, appena varchi la porta del “suo” bar ti riconosce, te sape, e senza che tu gli chieda più il “tuo” caffè, immediatamente dopo il buongiorno che hai pronunciato entrando nel locale, risponde con un: buongiorno dottò – se hai un minimo di titolo di studio, altrimenti un “maestro”, generico e senza impegno, basta e avanza -, il vostro “poco schiumato in vetro e senza zucchero”, arriva subito.
E poi, rivolto al ragazzo del bancone: “frizzantina, per il dottore”, riferito all’acqua che sempre accompagna la tazzina. E sempre, senza che la chiedete. Di più: assolutamente gratis. Perché mezzo bicchiere d’acqua, a Napoli, nel bar che si rispetti, non si paga. E non si nega a nessuno, avventore o meno che sia. E pure perché quello della pulizia del cavo orale con un paio di sorsi d’acqua fresca, per meglio gustare questa straordinaria bevanda, è un rito che ha quasi la stessa valenza del lento sorseggiare il caffè. Che invece il caffè, in un bar-caffè, sia approntato da una “cafettèra” femmina appare alquanto improbabile nonostante i versi dedicati a una bella donna in “‘A cafettera”, di cui si riporta qualche rima, senza mettere mano a correggere le imprecisioni sintattico – grammaticali del testo: io vaco pazzo pe na cafettèra / E pure essa pe me esce a mpazzia: /chi sa qua juorno ‘e chisto a tutte ‘e duie / nce purtarrano Aversa, ‘a pazzaria…

Una canzonetta che venne definita “comica” e di cui furono autori nel 1892 Francesco Achille Bonenzio, paroliere, e Raffaello Segrè, musicista, ma della quale i versi paiono più che altro un artificio poetico musicale, come quegli altri, tra i tanti, in cui si vantano, ad esempio, ll’Aquajola ‘e Margellina (Fusco e Donnarumma, 1938), o la Ron’Amalia â Speranzella (che quanno frie paste crisciute, mena ll’ oro ‘int’â tiella) di don Salvatore di Giacomo. E, volendo restare nel campo della canzone e della poetica dedicata al caffè non si può evitare di segnalare, tra le tantissime, “ ‘A tazza ‘e cafè” di Capaldo e Fassone, in cui la Brigida della canzone viene assimilata a na tazza ‘e cafè: “ Ma cu ‘sti mode oie Brigida tazza ‘e cafè parite… sotto tenite ‘o zzucchero e ncoppa amara site”.
Va ricordata pure un’altra “‘A tazza ‘e cafè” datata 1894 e dunque precedente a quella di Capaldo e Fassone, firmata da Fiordelisi e De Gregorio; e, ancora, “’O Cafettiere” di Capurro; “’O zzuccaro e ‘o ccafé”, Piedigrotta del 1901, scritto da di Lora e Cacace; sino ad arrivare alle più recenti “‘O ccafé” di Pazzaglia e Modugno : “’O llatte è buono e ‘a ciucculata è ddoce … ma nu melione ‘e ggente, ‘e Napule comme a mme, nun vonno sapé niente e ccampeno c’’o ccafè … ah che bellu ccafè… sulo a Nnapule ‘o ssanno fa’ ”; a “ Na Tazzulella ‘e cafè” del grandissimo Pino Daniele; al “Don Raffaè” di De Andrè, cesellata da Roberto Murolo, con il caffè che in carcere sapeva fare “Cicirinella cumpagna di cella precisa a mmammà”; a “‘A figlia d’ ‘o cafettiere” (del 1956), firmata da De Crescenzo e Rendine; e alla recentissima “Rossetto e caffè” lanciata da Sal da Vinci.

Pino Daniele mentre sigusta… Na tazzulella ‘e café
E, se volete ci sta pure “il Caffè della Peppina”… dello Zecchino d’oro, che si beve la mattina …seguito dalla domanda di Riccardo del Turco “Cosa hai messo nel caffè”, con la mezza risposta che ne viene fuori dal Fred Bongusto nazionale che mangiava “Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè”, in “Spaghetti a Detroit”. Oppure come quando il “29 settembre” Battisti (con Mogol) se ne stava “seduto il quel caffè ma non pensavo a te”. Mentre i Pooh si prendevano “un caffè da Jennifer”. Ovviamente, sempre senza esagerare come invece è successo ad Alex Britti che è arrivato a prendersi “7000 caffè” … alla faccia “d’’o saciccio!”, come avrebbe esclamato il Principe De Curtis, l’immenso Totò. Ovviamente, non possiamo esimerci dal riportare, tra le tante pubblicità fatte al caffè, quella che raccontava “che più lo butti giù e più ti tira su” perché “il caffè è un piacere … se non è buono che piacere è” del grandissimo Nino Manfredi; l’altra, sempre della Lavazza… nella quale Tiberio Murgia puntualizza come il caffè “museca è”; quella di Carmencita e del suo caballero che, cercandola per tutta la Pampa argentina, alla fine la trova e trova pure un profumatissimo “Cafè cafè… cafè Paulista”. Non meno famoso era il caffè Borghetti, bevanda dello sportivo per eccellenza… che la pubblicità definiva “passione … espressa”.

E se ce ne fosse scappata qualcuna, di pubblicità, chiediamo scusa al caffè e al suo produttore.







