Di martedì, il secondo dei cinque appuntamenti per scoprire notizie e curiosità sulla bevanda iconica di Napoli
Divagazioni sul rito napoletano del caffè e della maniera di consumarlo, con l’aggiunta di veloci vagabondaggi su versi, canzoni, pubblicità e caffè storici di Napoli.
Uno dei primi caffè napoletani di cui si ha notizia, come sta scritto in quella sorta di “Bibbia” che è “I caffè storici di Napoli” firmata dal giornalista Filiberto Passananti, pare sia stato quello situato in un localuccio dell’Infrascata, frequentato nel 1801 da liberali e universitari napoletani. Quel caffè fu anche testimone di un atto di ribellione allorché alcuni giovani fecero nu buono santantonio a un ufficiale borbonico che tentava di zittirne il grido di “Viva la libertà”. Tre mesi dopo, alcuni di quei giovani, per quel fatto, vennero condannati a una massiccia dose di frustate, che gli vennero assestate in pubblica piazza.
E poi arrivarono il Caffè Guardati, il caffè di Parigi, quello dei Cavalieri, il caffè dell’Elefante, il caffè del Milanese, quello della Colomba, l’altro della Flora, il Costituzionale e il caffè dei Veri Amici. Al caffè della Trinacria, posto nell’antica via Toledo, spesso sedettero Dumas e Giacomo Leopardi. E poi vi furono, ancora, il Caffè delle Quattro Stagioni, quello d’Italia, il caffè d’Europa, il Caflish, e il Gambrinus, tra gli altri, che ancora apre le sue porte sulla piazza del Plebiscito.

Tra i café vi fu persino quello che si fece pubblicità con una canzone, e relativa copiella, come ricordano Pietro Gargano e Gianni Cesarini in “La Canzone napoletana”. Si tratta del “Cafè d’’o bar automatico”, che teneva i locali nella Galleria Umberto I, e che venne citato nella Piedigrotta Maddaloni sia per quella diavoleria, la nuova macchine da caffè brevettata da Angelo Moriondo e presentata al pubblico in occasione dell’Esposizione generale di Torino del 1884, sia per i trecento caffè all’ora che poteva mettere su bancone e tavolini. I proprietari del Bar Automatico, Graziati, Di Re & C., potevano così servire ai loro avventori tazzine di caffè senza soluzione di continuità e senza fare aspettare troppo chi desiderava tirarsi su con una buona tazza di quella bevanda: “È overo balzamo – chisto ccafè / meglio crediteme – d’isso non c’è / fatto co ‘a machina – non c’è che ddì/ acconcia ‘o stommaco – fa scevolì”.
Ovviamente, il tutto senza dimenticare i vari Carraturo, il Mexico, il bar Motta a via Toledo, Scaturchio a San Domenico, quello del Professore, il vecchio “Cappuccio”, di fronte all’Università, e quegli altri nati nella seconda metà del secolo passato. Tra i caffè malfamati va ricordato quello d’’o Cecato, in vico delle Campane, che era il caffè frequentato dalla malavita napoletana e nel quale molti di quelli che parteciparono al delitto Cuocolo passavano intere nottate a bere e a giocare e a progettare delitti e ruberie.
Ovviamente a Napoli nacquero anche i primi cafè chantant d’Europa, locali nei quali non solo scorreva a litri la bevanda, assieme a liquori preferiti da artisti e pittori, come l’anisetta e l’assenzio, ma pure le belle donne, le sciantose, sì, quelle della “mossa”, che a Napoli ebbero anni e anni di gloria durante la Belle Epoque. Il Caffè Calzona, dal nome dei proprietari, di Ciccio Calzona, fu appunto uno di quelli e venne reso famoso anche da una macchietta: ‘o Cafè Calzona, scritta da Ugo Ricci e musicata da Vincenzo Valente: “…Certo ci passo le giornate intere/ sbrigo affari, combino appuntamente / ripeto a tutti amici e conoscenti/ … dint’’o calzone llà truvate a mme /… e ‘a piccerella mia che mi vuol bene / lo dice sempre in conversazione…/ quando lo vedo da fuori ‘o Calzona / parola mia farei nun saccio ché…”.

Nel più famoso di tutti, il salone Margherita, posto in un locale sottostante la Galleria Umberto I di Napoli, passarono tutte le più grandi: da la bella Otero, a Anna Fougez, a Gilda Mignonette, a Olimpia D’Avigny, a Yvonne de Flauriel che, nel periodo d’oro, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, tra le macchiette recitate / cantate da Maldacea come ‘a Risa, ‘o Guappo nnammurato, il bel Ciccillo e canzonette quali ‘a Frangesa, Lily Kangy e via dicendo, accendevano cuori, nobili e plebei, graduati e non, come fossero zolfanelli.

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