I calchi delle suppellettili trovate nella stanza degli schiavi
… Un quinto elemento, sempre di bronzo, formato da tre ganci con rivetti, collegati a un disco tramite un anello, è stato invece recuperato sotto la pancia, vicino alle zampe anteriori. La forma di questi reperti e il loro confronto con le descrizioni di bardature riportate nella letteratura militare antica hanno fatto ipotizzare che il cavallo fosse stato sellato con un tipo di sella detta a “quattro corni”, che serviva a rendere stabile la cavalcata in un periodo storico in cui non erano ancora state inventate le staffe.
Tra le altre, secondo gli esperti, questi tipi di selle erano di uso specifico in ambito militare e nelle parate. Dunque, l’ultimo proprietario della villa o un suo giovane parente dovette essere perciò un nobile o un militare di rango nell’esercito romano, uno di quelli che come spesso succedeva nel I secolo dopo Cristo avevano residenze e proprietà tanto nella capitale quanto a Pompei.
Altre tracce di elementi riferibili agli “ornamenta” del cavallo sono stati rinvenuti sulla groppa dell’animale. Si tratta di fibre vegetali che lasciano ipotizzare la presenza di una gualdrappa che avrebbe coperto il purosangue. C’è ancora un reperto, infine, rinvenuto nello spazio tra le zampe posteriori e anteriori del cavallo, il cui calco fa venire in mente la presenza di una sacca dove custodire preziosi o altro. Mancano altri finimenti che potrebbero essere stati trafugati e venduti dai “predatori della storia”.

La risposta alla domanda che nasce sulla presenza di tre cavalcature di pregio in questa villa viene subito giustificata dal rinvenimento, qualche anno dopo, in un ambiente poco distante, di uno straordinario carro del tipo detto «pilentum», in uso da sacerdotesse e matrone nelle cerimonie e nelle feste dell’antica Roma. Il carro, che è esposto nell’Antiquarium di Boscoreale, è a quattro ruote ed è munito di un cassone in legno di faggio, con una seduta per una o due persone, contornata da braccioli e schienale metallici.
Le parti di legno mantengono ancora tracce dell’originario colore rosso e sono decorate con applique di bronzo e stagno, tra cui una piccola erma femminile bronzea, con corona, e medaglioni con scene erotiche di satiri amoreggianti con ninfe. Delle ruote restano solo i cerchi in ferro e i mozzi. Non è stato rinvenuto il timone, del quale tuttavia è stato fatto il calco colando gesso nella cavità lasciata dal legno distrutto. La traccia di quanto ne restava, difatti, è stata ritrovata in una stanza posta a pochi passi di distanza dal luogo dove era parcheggiato il carro.

Un locale, quest’ultimo, che non solo era ripostiglio per anfore e suppellettili ma era anche area di riposo per tre persone, forse una famigliola di schiavi. Come era accaduto per timone e cavalli, anche degli arredi della stanza si sono ricavati i calchi. E così, s’è avuta la possibilità di ottenere l’impronta di tre brande di una tipologia abbastanza particolare con elementi in ferro, cuoio e in corda intrecciata, per la rete.
Dunque, è possibile che i due cavalli dei quali è stata ricavata l’impronta fossero gli attacchi del carro. O di una biga. Mezzo di trasporto per eccellenza della nobiltà, quest’ultima, che secondo le risultanze processuali e gli interrogatori dei tombaroli, sarebbe stata ritrovata durante gli scavi clandestini e venduta all’estero. Almeno nelle sue parti più significative e preziose.
Per quello che riguarda i purosangue non si può escludere, nonostante si tratti di una ipotesi davvero azzardata, che essi facessero parte di una “scuderia” da corsa che aveva sede in questa villa situata poco fuori le mura di Pompei, cittadina romana che non aveva un ippodromo ma che secondo don Amedeo Maiuri, l’archeologo che per quasi mezzo secolo guidò la soprintendenza delle Antichità della Campania, dovette avere comunque uno spazio dedicato alle corse.
Insomma, una serie di “buchi e cunicoli” – ancora loro – in questo mosaico di vita pompeiana fatto di storia, scienza e archeologia che devono essere esplorati e riempiti con fatti sostanziali. Ma a Pompei è così. Sempre. Basta scavare. Basta stracciare il lenzuolo di morte e distruzione che l’ha coperta per duemila anni e le risposte emergono dal passato raccontando con forza la storia perduta di uomini e cose.







