Théophile Gautier, Arria Marcella, Edizioni Flavius 2007
Avevamo lasciato Octavien in uno stato di eccitazione, ora siamo dinanzi al prodigio: la città è animata, viva, Octavien pensa subito che potrà trovare la sua donna, incontra un giovane che lo conduce a teatro ad assistere alla rappresentazione della “Càsina” di Plauto e qui vede una donna bellissima: è lei.
Dopo lo spettacolo una liberta, Thyche Naevoleja, nota dalla sontuosa tomba vicino alla villa di Diomede che ha visto durante il giorno, lo avvicina, gli porta un messaggio della sua padrona, Arria Marcella, che vuole incontrarlo. Il giovane la segue, entra nella villa, è affidato agli schiavi per il bagno, rivestito di una candida tunica e ammesso alla presenza della padrona. Arria Marcella lo invita accanto a sé sul biclinio.
Ha riconosciuto in lui il suo amante ideale quando lo ha visto soffermarsi davanti al suo seno nella teca del museo, lui l’ha evocata: “la fede crea il dio, l’amore crea la donna. Si è veramente morti solo quando non si è più amati: il tuo desiderio mi ha restituito la vita, la potente evocazione del tuo cuore ha abolito le distanze che ci separavano”.
L’autore annota: “Il concetto di evocazione amorosa che la fanciulla esprimeva rientrava nelle convinzioni filosofiche di Octavien, convinzioni che non siamo lontani dal condividere”.
Tutta la storia resta sempre attuale, ogni personaggio può essere sempre evocato: una sorta di romanticismo spiritistico costituisce l’esile impalcatura di questo racconto che si avvicina al suo culmine.
Octavien ammette che può amare solo fuori del tempo e dello spazio: tutto è predisposto per l’amore quando nella sala entra il padre di Arria, convertito al cristianesimo, che inveisce aspramente contro la figlia e la sua condotta lussuriosa. Arria reagisce esaltando contro la triste religione cristiana gli dèi del paganesimo “che amavano la vita, la giovinezza, la bellezza e il piacere”. Il vecchio con le sue parole rompe l’incantesimo e Arria appare solo un mucchietto di cenere e ossa accanto ad Octavien.
Gli amici, preoccupati della sua assenza, lo trovano alla fine svenuto negli scavi: non parlerà mai della sua esperienza. Ritornato in patria, si sposerà ma il suo comportamento sarà sempre come estraniato, al punto che la moglie sospetterà ingiustamente che abbia un’amante. “Ma come avrebbe potuto pensare di essere gelosa di Marcella, figlia di Arrio Diomede, liberto di Tiberio?”

Lo straniamento di Octavien è al centro di tutto il racconto e ne costituisce l’esile motivo poetico più consistente e affascinante, ben più dell’esasperata e in fondo superficiale contrapposizione tra cristianesimo e paganesimo. concepiti l’uno come esaltazione della libera sensualità e della bellezza, l’altro come mortificazione ascetica di ogni impulso vitale. Octavien è diverso da sempre, perso nei suoi sogni di bellezza ideale, estraneo in buona parte al mondo che lo circonda, e il suo sogno pompeiano è proprio il prodotto di questa diversità, la sua parte fantastica che lo renderà per sempre distante dal mondo e custodirà il suo io più autentico. In forme “pompeiane”.
Gautier ci ha dato un suggestivo profilo di un eroe tardo-romantico che inclina ai miti del decadentismo e ci ha mostrato quanto può essere coinvolgente e totalizzante, se pure storicamente inattendibile, il confronto con il passato quando vi si aderisca con tutta la forza delle proprie aspirazioni interiori.
Ma del seno di “Arria” cosa ne è stato? Ne parlava già Dumas nel suo libro Il corricolo. del 1835, ne accenna ancora Jensen nella sua novella pompeiana Gradiva, pubblicata nel 1903, non saprei dire se per visione diretta o per suggestione letteraria. Amedeo Maiuri, sovrintendente alle Antichità della Campania per trentasette anni, gli dedicò uno scritto nel suo volume Pompei ed Ercolano. Fra case e abitanti del 1950: “Ho cercato per l’ultima volta il seno di Arria Marcella nelle vetrine, nelle scansie, nei vecchi depositi del Museo…Ma ogni ricerca è stata vana. Della sua scomparsa non ho trovato neppure notizia nelle vecchie carte d’archivio.”
Svanito, come la rêverie di Octavien. Ma grazie al racconto di Gautier resta dentro di noi.







