Il racconto di un luogo dove la bellezza si fa liturgia
Esistono alcuni luoghi, creati dall’uomo, dove gusto e rarità convivono meravigliosamente. Luoghi nei quali l’arte incontra l’opportunità, la bellezza il talento, le esigenze del fare l’attenzione ai modi e la ricerca del come. In questi luoghi la Bellezza diventa protagonista unica, e l’eleganza è la cifra distintiva che la sostiene e la mette in risalto, come farebbe un espositore in velluto blu con un collier di diamanti. Gallerie d’Italia a Napoli è uno di questi luoghi.
Ogni elemento, nel palazzo di Intesa Sanpaolo, comunica eleganza. Dal parquet in rovere chiaro alle volte a botte a rosoni del primo piano, passando per le luci che abbracciano le opere restando sempre defilate, fino alle morbide scale di grigi caldi che ricoprono soffitti e pareti e che accompagnano il visitatore senza mai fare rumore.
Già entrando, nel grande spazio dell’atrio, si percepisce la dimensione altra della ricerca e dell’esclusività; e l’ampio respiro dell’ingresso fa dimenticare, fortunatamente, l’impressione della facciata esterna, frutto dell’opinabile intervento dell’architetto Piacentini, che, negli anni Trenta, cancellò il precedente prospetto ottocentesco per ricostruirlo secondo i canoni del monumentalismo razionalista dell’epoca.
L’interno è decisamente più riuscito, con il rosso, il grigio e il verde dei marmi dell’atrio, lucidati a specchio, che, come una simbolica santa triade, avvertono il visitatore che sta realmente avvicinandosi a uno spazio sacro.
Andando avanti si incontra la “passeggiata di ottone”, galleria dorata del piano terra, che conduce il visitatore dentro e fuori lo spazio espositivo, con la forma e la sensazione di un tunnel galattico, quasi un ponte di connessione tra due mondi: il profano di via Toledo, simulacro di turistiche volgarità, e lo spazio sacrale della bellezza custodita nel museo.

E poi si giunge alle scale d’ingresso al primo piano e al loro odore di legno lucidato a cera.
Salendo al piano superiore, le prime opere che ci accolgono sono di sapore leggero, semplice: nature morte dipinte tra Sei e Settecento.
Colpisce il pendant floreale di Baldassarre de Caro, del primo quarto del Settecento, nelle sue belle cornici ornate: nature morte sì, ma non troppo. Non decadenti come le allegorie della vanitas seicentesche; piuttosto una natura morta che celebra la vita nella consapevolezza del suo essere imperituro, in sintonia con quella crescente fiducia nella natura e nell’ordine del mondo che attraversa il primo Settecento.
Pochi metri più avanti, c’è il San Giorgio di Francesco Guarini, che sembra un giovane laureato alla Bocconi, splendido, elegante, quasi mondano, pronto a scalare la società, con l’armatura cromata a nuovo sopra gli abiti rosso e ocra: i colori imperiali di Roma, non a caso. Questo giovane, che ricorda il figlio di famiglia in Ottocento di De André, indica se stesso, con una mano sul petto: come a voler porre l’attenzione dell’osservatore tutta sulla sua regale, patinatissima figura.
Le sale del Seicento napoletano sono accoglienti, suadenti, costruite di tangibile voluttà, tra il rosso pompeiano delle pareti e il bellissimo parquet di rovere chiaro spazzolato, che corre lungo tutto il piano. Conservano una selezione di opere diverse, tutte di qualità storica o pittorica altissima, con i topoi figurativi più tipici del Seicento: il vecchio con il capo poggiato sul palmo della mano, nel San Giuseppe del Maestro degli Annunci ai Pastori; la vecchia serva rugosa e sdentata, che offre il piatto da desco in peltro al decollatore del Battista, nella tela di Nicola Vaccaro. L’Allegoria dell’estate di Corrado Giaquinto, dipinto con la sua pennellata ampia e morbida, la pennellata dell’uomo del Settecento che non può stare tutto il giorno a dipingere, perché ha da uscire e gettarsi in braccio alla vita.

E neanche la presenza di un gruppetto di turisti rumorosi riesce a distogliere l’attenzione dalla quieta bellezza di questo luogo.
Tra nature morte, scene di genere e ritratti, si giunge alla sala più preziosa del piano, che custodisce l’unico Caravaggio della collezione: il Martirio di Sant’Orsola, del 1610. Un’opera difficile da descrivere: bisogna vederla di persona. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’opera in cui l’artista sembra aver riversato la propria imminenza della morte. La tela è infatti l’ultima opera realizzata; Michelangelo Merisi morirà nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, solo e malato. La Sant’Orsola è un dipinto in cui la morte aleggia ovunque.
Guardandolo da lontano sembrerebbe una normale scena di cupo naturalismo seicentesco da Controriforma; avvicinandosi, invece, ci si avvede che è un dipinto in cui tutte le figure sono confuse in un unico indistinto ammasso di terre, ombre e rossi, che si fondono col buio intorno; e poi ci sono le mani di Orsola: terree, grigie, come di corpo già in decomposizione. Tutta la parte superiore del suo corpo sembra sul punto di svanire, mentre Orsola guarda in basso la sua ferita mortale, con un gesto di rattristata rassegnazione. Forse era così che si sentiva Michelangelo in quelle ultime settimane di vita.
E la concitazione intorno alla figura di Orsola, con la guardia di spalle che sembra dirle qualcosa di intimo, una frase di conforto magari, e l’altra che le pone la mano davanti a ricordarle forse la dimensione dell’immanenza, che lei sta lasciando. E lei lì nel mezzo, immobile, assorta nel suo grigio silenzio, avvolta in un drappo rosso, ultima traccia di vita e di passione.

Uscendo dalla sala, si cambia totalmente registro e si entra nella sezione del Settecento, e nella leggerezza eterea delle opere dei vedutisti.
L’ocra pastello delle sale settecentesche ci invita a soffermarci sulla stanza delle “cartoline”, nella quale le tele esposte anticipano i soggetti tipici, di folklore e paesaggio, che ancora oggi prevalgono nelle immagini più pop di Napoli: gli scorci nei vichi, la serenata al mandolino, le popolane in abiti tradizionali, il golfo e poi le bellissime, ariose vedute di Gaspar Van Wittel, presente in collezione con quattro tele, di cui due raffiguranti Largo di Palazzo Reale e Borgo di Chiaia.
Ci godiamo la perfezione di cesellatore della pittura di Van Wittel, che inserisce ogni elemento nei suoi quadri con l’attenzione di un orefice pignolo; pittura aristocratica che più aristocratica non si può, ma sempre con qualche brano di vita popolare inserito qui e là, a smorzare il tutto: le signore affacciate al balcone che inciuciano guardando i passanti, le tende di Palazzo Reale gonfiate da refoli di vento di mare, che mentre le si guarda quasi ci si scompigliano i capelli.

E poi si arriva all’ultima sezione del primo piano, quella dedicata all’Ottocento, al Liberty e alla pittura di ritratto, che si stacca dal paesaggismo della scuola di Posillipo e rimette la figura al centro.
Figura che diventa protagonista in queste ultime bellissime sale, con i ritratti e le sculture di Vincenzo Gemito e Domenico Morelli, due napoletani appassionati e intensissimi; e basta soffermarsi ad osservare le loro opere, tutte attraversate da una certa bellezza graffiata, per intuire lo spirito e le contraddizioni della Napoli del tardo Ottocento: una Napoli che cercava di rialzarsi e di mantenere la sua caratteristica gioia di vivere, pur nella difficile congiuntura del passaggio dal Regno delle Due Sicilie allo Stato unitario, cantando, pregando o semplicemente passeggiando per via Toledo in una giornata di pioggia, con il cappellino a fiori e la mantellina di pelliccia, come le protagoniste della tela di Carlo Brancaccio; a ricordare che, anche se intorno a noi sta piovendo, non bisogna mai perdere lo stile.

Le Gallerie d’Italia proseguono al secondo piano, dove è ospitata la sezione del Novecento, ma il consiglio è quello di fermarsi al primo e permettersi di assorbire tutte le suggestioni di queste sale così intense e gentili e belle. Anche perché, al termine del percorso di visita, la sensazione che resta addosso è quella di aver partecipato a un rituale sacro, quasi a una comunione; e ci si sente bene, come se per un istante fosse stato possibile entrare in contatto con qualcosa che trascende il tempo e la materia. Sì, un incontro con il sublime: è questa l’essenza di Gallerie d’Italia. Questa la parte che rimane.







