Chiese negate all’arte, rischio saccheggi e abusi criminosi nei luoghi di culto, dimenticati, abbandonati al degrado: una sfida di civiltà.

A Napoli, ci sono ben oltre 200 (si parla addirittura di circa 300), chiese “sbarrate”, solo nel centro storico e dintorni. A lanciare l’allarme è stata anche l’Autorità Giudiziaria, rilanciando un protocollo d’intesa con la Curia Vescovile, per difendere lo straordinario, monumentale, patrimonio culturale da “visitatori” niente affatto graditi, tipo predatori di reperti, ladri di affreschi, trafficanti e traffichini di opere d’arte, vandali, nonché da occupazioni abusive con…diversa destinazione d’uso (edifici sacri trasformati per incanto in attività illecite, autorimesse, officine, abusi edilizi, abitazioni). Tutto per cercare di cacciare gli artefici che avevano preso possesso dei beni ecclesiastici lasciati all’incuria.

Un pericolo che riguarda non solo la fede, ma l’intera identità culturale di Napoli. Un abbandono strutturale diffuso. Tali edifici religiosi sono chiusi da decenni (in molti casi dal terremoto del 1980), e/o resi inaccessibili. Tra le soluzioni proposte, risultano cruciali il monitoraggio e l’eventuale riapertura, vista l’importanza turistica e culturale del patrimonio, spesso oscurato da degrado e abusivismo. La situazione richiede interventi urgenti per evitare la definitiva distruzione di inestimabili tesori d’arte e storia napoletana, come evidenziato anche in recenti inchieste e libri sul tema. “La cosa che ci è sembrata più straordinaria, a Napoli, è il numero e la magnificenza delle sue chiese: posso dirvi, senza esagerare, che ciò oltrepassa l’immaginabile”. È il 1687 e Maximilien Misson, viaggiatore francese, autore del Nouveau Voyage d’Italie, fra le più consultate guide per i viaggiatori del XVIII secolo, dopo aver visitato l’Olanda e la Germania, arriva in Italia e rimane incantato dall’enorme patrimonio ecclesiastico di Napoli.

Nessuno sa esattamente quante siano le chiese della città di Partenope, nemmeno un’informatissima enciclopedia online che, se di Roma afferma con certezza che la capitale ha 930 chiese ed è la città con il numero maggiore di edifici sacri nel mondo, del capoluogo campano afferma che “le chiese di Napoli sono circa un migliaio”. Il dilemma non sarebbe di facile soluzione, perché il “proprietario” degli edifici di culto poche volte risulta un ente ecclesiastico e solo una piccola parte è riconducibile alla Curia arcivescovile. Alcune sono di proprietà del Comune, altre rientrano nel patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno o appartengono al Ministero della Cultura, o al Demanio o alle Confraternite o ad Ordini religiosi, innescando così una complessità burocratica che sembra inestricabile, con quali effetti, tra cui il rimpallo di responsabilità, è facile immaginare.

Sta di fatto che parecchie di esse sono autentici scrigni di tesori, sovente incustodite ed esposte ad una vera caccia da parte di trafficanti di opere d’arte senza scrupoli, o allo scorrere inesorabile del tempo, senza nessuna cura. Non si tratta di piccole cappelle, ma spesso di vere e proprie basiliche: Sant’Agostino alla Zecca, San Diego all’Ospedaletto, l’Incoronata, San Giorgio dei Genovesi, San Giovanni Battista delle Monache, Santa Maria della Sapienza, Santa Maria della Pazienza alla Cesarea e l’elenco potrebbe continuare. Sono tutte racchiuse nel perimetro del centro storico e tutte accomunate dallo stesso inquietante destino: veri e propri monumenti al degrado e a volte allo spreco, perpetrato per anni poiché per tante di esse sono stati stanziati milioni di euro, che non sarebbero stati mai spesi o utilizzati male.

Un esempio lampante è la Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, che sorge in via Medina, a pochi passi da Palazzo San Giacomo. Fondata nel 1352, è uno dei pochi esempi di chiese di epoca angioina ancora presenti in città, edificata per ricordare l’incoronazione dei nuovi sovrani Giovanna I d’Angiò e Luigi Ludovico di Taranto. Insieme alla chiesa venne costruito anche un ospedale. A pochi passi dall’Incoronata, sorge la Chiesa di San Diego all’Ospedaletto in San Giuseppe Maggiore, un altro monumento all’incuria e al degrado. Costruita in epoca rinascimentale da nobili della città e donata ai francescani, nel 1595 fu munita dell’annesso convento con il relativo chiostro, dove si curavano gli ammalati. La struttura basilicale, con un’imponente facciata, conserva al suo interno opere pregevoli, sopravvissute al terremoto del 1784 e poi ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: lavori di Battistello Caracciolo, Andrea Vaccaro e Massimo Stanzione, tutti di scuola caravaggesca, insieme a sculture di Giacomo Colombo.

Per non parlare della Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, che sorge maestosa tra corso Umberto e il quartiere di Forcella. Chiusa dal novembre 1980, appena dopo il terremoto dell’Irpinia, dalla quale sono state trafugate tutte le sue opere d’arte, è una delle chiese più grandi della città e la sua cupola si vede praticamente da ogni angolo di Napoli. Al problema delle chiese chiuse di Napoli, si affianca l’annosa questione del traffico di opere d’arte e il mare dove attingere è particolarmente pescoso. Se è vero che per rimettere in sesto tanti edifici sono necessari grossi investimenti, non sempre possibili per la scarsità di fondi pubblici, ci si scontra anche con un interesse sempre meno attento alla cultura, ad ogni livello. Ed è paradossale che tutto questo accada in una Nazione come l’Italia che, da sola, detiene il 70% dell’intero patrimonio artistico mondiale.

È urgente più che mai un’inversione di rotta per rimettere al centro l’uomo e i suoi bisogni di fede, di speranza. E quale via migliore se non l’arte, capace di elevare lo spirito alla contemplazione della bellezza che può salvare il mondo da una dilagante disumanità. Le circa 300 bellissime chiese monumentali di Napoli, da decenni chiuse e abbandonate  a se stesse ed ogni giorno sempre più rovinate, rischiano, tra l’indifferenza degli organi istituzionali preposti al controllo, di diventare addirittura un pericolo per la sicurezza dei cittadini stessi, grazie alla loro instabilità e la possibilità di un ipotetico crollo. Molte di esse mostrano portoni sbarrati. Altri sfondati o solo accostati. Altri invece mostrano cancellate divelte, come nel caso della piccola chiesa Santa Maria dei poveri di Gesù Cristo (dove il Pergolesi svolse la sua opera).

Al posto di un parcheggio a ridosso di Piazza Garibaldi, dove una volta c’era un deposito, esisteva prima ancora una chiesa di eccezionale interesse storico, quella di San Gennaro e Clemente alla Duchesca, collassata nel silenzio generale nel 1992. Altre appaiono invece chiuse con strani lucchetti, che cambierebbero continuamente a dimostrazione che qualcuno quei portoni li apre, forse per prendere e, perché no, per nascondere qualcosa di illecito criminoso. L’irritante assenza di controlli degli organi predisposti ha permesso e facilitato in questi anni un importante traffico illegale di opere d’arte, sostenuto da ricettatori divenuti milionari grazie ad importanti furti su commissione: candelabri, affreschi, statue, Madonne e Bambinelli e perfino vasche di marmo, hanno così preso il volo verso altre città, trasportati insieme ad altra merce in grossi camion e diretti su importanti, compiacenti, mercati antiquari. Hanno rubato di tutto. Hanno fatto stragi. In queste chiese napoletane non c’è più niente.  E’ il tesoro inestimabile oramai perduto di Napoli, perché queste chiese non sono solo edifici: sono contenitori di memoria collettiva e identitaria. E senza una mirata, efficace, condivisa, strategia di recupero-tutela-conservazione, rischiano di scomparire. Per sempre.

 

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