Pompei, nuove indagini sui calchi dell’orto dei fuggiaschi.

Colpisce una recente notizia di nuove indagini sui calchi dell’orto dei fuggiaschi, a Pompei. In particolare, ci si è concentrati sul calco classificato come n. 46 e si è identificata, all’interno del conglomerato di gesso che costituisce il calco, una piccola cassetta di legno di 12 centimetri, che contiene resti compatibili con un’attrezzatura medica. Ha attirato l’attenzione degli studiosi una tavoletta con un avvallamento al centro, dove, come si può dedurre da altri ritrovamenti in contesti più sicuri, si pestavano erbe ed essenze che servivano per preparati cosmetici o medici.

Sono ritornato quindi in quel luogo, che è ormai un’attrazione degli scavi di Pompei, nell’estremo lembo sud-occidentale della città, dove le case si diradano per fare posto a giardini e aree coltivate. Nel percorso di visita, in una stradina secondaria, attraverso una scala metallica moderna, si scende un’ampia area, in antico un orto e un vigneto ripiantato che contribuisce alla suggestione del luogo.

In un angolo, sotto una tettoia, sono allineati i corpi di diversi uomini, donne e bambini che tentarono la fuga in quelle ore terribili. Non era forse possibile fare altrimenti, ma questa esposizione spoglia quella morte del suo lato di drammatica concitazione e angoscia e ce la rappresenta in una serie di istantanee fisse di corpi che potrebbero anche essere statue. Se però si guardano le foto d’epoca nelle pagine dell’archeologo che nel 1961 scavò in quell’area, Amedeo Maiuri, è come se si risentissero i passi nel contempo concitati ed esitanti, le urla soffocate, i pianti, l’esitazione angosciata di non sapere dove andare e li si sentisse e vedesse stramazzare uno ad uno nelle pose che la fuga ha loro imposto.”I vari gruppi,-scriveva Maiuri- distinti l’uno dall’altro, sono allineati lungo una stessa linea di fuga segnata dal muro dell’orto che ancora affiorava e si poteva toccare con i piedi; e l’allineamento indica chiaramente le condizioni in cui avveniva quella fuga: accecati dal turbine delle ceneri e dall’oscurità seguivano il cammino del più animoso di loro. Non è l’urto affannoso della folla che presa dal panico si accalca contro il vano di una porta, ma è la corsa dei ciechi nella notte. Sono i ciechi della parabola di Brueghel condannati a stramazzare l’uno dopo l’altro”.

Riporto ancora la descrizione di uno dei gruppi ricomposto accosto al muro sotto la tettoia:
“Il secondo gruppo s’è trovato poco discosto a sinistra: una famigliuola di tre persone raccolta anch’essa dal cerchio della morte. L’uomo giaceva coricato di fianco con un braccio e una mano portati all’altezza della bocca contratta nello spasimo dell’asfissia, mentre l’altro braccio poggia sopra un involto rettangolare che dalle impronte del tessuto, sembra fosse un involto di stoffa o un cuscino con cui sperava di ripararsi il capo dalla caduta delle pomici; la donna accanto all’uomo era caduta a ginocchioni sul terreno nell’atto di portare le vesti alla bocca per difendersi dal soffoco delle ceneri; a fianco disteso bocconi il corpo gracile di un bimbo, forse di una figlioletta alla quale la colata di gesso non ha potuto restituire che un corpo magro e denutrito di bambina malata”. (Amedeo Maiuri, “Dall’Egeo al Tirreno”, Napoli 1962).

In genere mi allontano dalla tettoia e fisso sullo sfondo remoto il Vesuvio che incombe a nord e me lo immagino non bruno e ferrigno come appare adesso nella parte più alta, ma interamente ricoperto di boschi e terrazzamenti. Quelle ingannevoli promesse di vita e rigoglio di cui è cosparsa la nostra esistenza…
Poi vennero le continue serie di scosse che dovettero precedere il giorno dell’eruzione e lo scoppio finale che fece dell’aria un unico, spaventoso soffio rovente.

Adesso le ultime ricerche potrebbero conferire a uno dei calchi un’identità precisa: il medico fuggiasco di Pompei.

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