Contiuano, meritatissime, le recensioni al Romanzo di Carlo Avvisati, un bellissimo affresco di vita vesuviana attraverso due secoli. Vi proponiamo la colta e interessante recensione della prof.ssa Maria Elefante

Recensione di MARIA ELEFANTE, Dipartimento di studi umanistici, Università degli studi di Napoli Federico II

Nannina, detta Palomella, è figlia unica e molto amata di una coppia esemplare, Carmela Tramontano e Domenico Munzurrò, eredi di una fortuna fatta da gente che “aveva l’arte del vino nelle mani e nel cuore” fin dal Settecento.

A palazzo Munzurrò c’era persino il latte della formica, come si diceva una volta, per dire che non mancava nulla. Nannina, fin da bambina, proprio come una Palommella, svolazza per i campi dietro il padre e apprende l’arte della coltivazione della vite e poi, giù in cantina, quella della vinificazione.  Don Domenico, uomo forte che sapeva il fatto suo, si merita la definizione di  Ommo positivo, proprio dal suocero – vaccaro in quel di Paestum – sebbene, gli abbia chiesto la mano della figlia Carmela, con fare guappesco: “Voglio sposare vostra figlia. O me la date con le buone, o me la fuio. Scegliete voi.”

In questo romanzo Carlo Avvisati dà corpo e anima a   Nannina  Munzurrò,  donna d’affari, ”manager” si direbbe oggi,  che è il prototipo delle  donne dalle grandi capacità imprenditoriali vissute all’ombra del Vesuvio tra la fine del XIX  secolo e la prima metà del XX.  Femmine, rispetto alle quali i maschi dovevano togliersi il cappello e fare un passo indietro.   Come Francesca e Nunziata, immortalate dal Romanzo di Maria Orsini Natale, che da umili origini assurgono ai vertici dell’industria molitoria a Torre Annunziata.

Nannina, rimasta orfana, ancora bambina, della madre e poi, giovinetta, del padre, sceglie di non sposarsi, dopo la tragica morte in guerra del suo unico fidanzato. Passa la vita da sola. Non divide il letto e il potere con nessuno. Perché niente la spaventa, fin da neonata. Quando viene immersa nel mosto del vino per la rituale calata, non piange, ma sorride e si lecca le manine imbevute del dolce nettare. Del resto, lei che è nata patrona, anche da adulta, non piange mai. Di fronte ai problemi e ai guai che non mancano, si rimbocca le maniche e trova la soluzione.

Con lei, femmina, in una società dominata dai maschi, in cui bisognava essere o figlia di… o moglie di…  la cantina di famiglia, La premiata ditta Munzurrò, si trasforma in un’industria che si avvale di moderni macchinari e addirittura di un mezzo di trasporto motorizzato, un camioncino al posto della vecchia carretta ‘ntuosto trainata dai cavalli.   In termini sociologici oggi parliamo di matriarcato.  Ed era così: in molte famiglie comandavano le donne, anche se a quei tempi erano sconosciute le tematiche di tipo femminista.  Nannina è votata al culto del dio Bacco, patrono della vite e del vino.  E, come una sacerdotessa, vive solo per il suo lavoro, la coltivazione della vite, la produzione ed il commercio del vino. Rispetto agli uomini, sia pure la buonanima del padre, ha una marcia in più.

Accanto a lei un’altra figura di donna, Matalena, vestale del focolare domestico, che ha un’unica missione: proteggere la padrona dal malocchio, dalla nascita fino agli ultimi anni di vita. E combatte contro un esercito di Janare. Brigantessa (addirittura figlia del mitico Pilone) zingara e strega vive accanto alla padrona e sa dare il fatto suo a chi tenta di intralciarne gli affari.

Le figure maschili sono poche e, tranne Don Domenico, il padre di Nannina, scompaiono presto dalla scena, oscurate dalla sua luce. Lei è come la terra vesuviana in cui vive. È tutto, è padre e madre, ed è persino immortale, non solo perché immortalata dalla penna di Carlo Avvisati, ma perché sfida pure la morte.

E la vince.

In termini di critica letteraria, va detto che è un romanzo che si avvale di tutti i procedimenti stilistici e tecnici della migliore letteratura, dal romanzo storico a quello sociologico. Del romanzo storico ha la solida struttura costituita dai grandi eventi della storia italiana che hanno attraversato il meridione ed in particolare i paesi vesuviani in cui si svolge la trama. Ed è un secolo di storia che va dal 1850 al 1950, dal regno delle due Sicilie al Risorgimento, all’Unità d’ Italia e alle due guerre mondiali, al fascismo, al dopoguerra. Attraverso questi grandi fatti all’ombra del Vesuvio, in quel di Boscoreale, si dipana la storia della famiglia Munzurrò, dal capostipite don Antonio, fornitore persino della casa reale, prima Borbonica, e poi Sabauda, fino all’epigona Nannina.

La narrazione, come in ogni vero romanzo, avvince e commuove, per la grande sensibilità dell’autore che sa toccare tutte le corde dei sentimenti umani, dalla gioia al dolore, sempre con misura, senza retorica, facendo parlare i fatti direttamente, come in una sequenza cinematografica. Ci sono le gioie delle nascite e il dolore delle morti, le disgrazie, le grandi epidemie che hanno funestato il meridione, dal colera alla spagnola per non parlare delle eruzioni del Vesuvio, dei terremoti, della guerra e degli scoppi degli ordigni bellici.

Non manca l’archeologia, quella romana, con uno spaccato sullo scavo di fine Ottocento alla villa romana della Pisanella, condotto con la tecnica di rapina di allora e che pure ha dato fama internazionale a Boscoreale, con il tesoro, (108 pezzi di argenteria e monete d’oro) che dopo tante traversie, grazie al Barone Edmond James de Rothscild approdò al Louvre di Parigi dove è ammirato da tutto il mondo.

Tutto il libro è un documento di archeologia industriale dell’800 e del 900, testimone importante di geologia, agraria, vinificazione, con riferimenti puntuali ai relativi termini tecnici, agli usi e ai costumi.  Nannina Munzurrò. Una Storia Vesuviana, di CARLO AVVISATI, Ed. MEA, deve essere letto nelle scuole perché i giovani sappiano chi siamo e da chi siamo venuti.

profelefantemaria@gmail.com

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