Un racconto ottocentesco tra amori e antichità, sospeso tra reale e immaginario
Esistono diverse tipologie di scrittori: ci sono quelli che descrivono, quelli che narrano, quelli che ti mostrano. E poi ci sono quelli che dipingono. Sono scrittori che trattano la materia delle parole come se fosse un paesaggio da rappresentare con il pennello, soffermandosi sulle forme, sui colori, sulle prospettive e sugli spazi, trasformando la pagina in un insieme di relazioni tra gli elementi di un quadro. Così, a ben guardare, leggendo le loro opere si possono distinguere lo sfondo sfumato, il primo piano aggettante, i personaggi principali, i particolari descrittivi. Dipingono dunque questi scrittori, e poi ti raccontano l’opera che hanno creato, descrivendola come si descriverebbe ad un cieco. E quelli bravi te la fanno vedere come se fosse lì, davanti a te; proprio come fa Gustave Toudouze:
“il Pianoro cinereo e collinare dei Campi Flegrei/ Cuma sulla sua Rocca nera/ l’isola quasi piatta di Procida e la montuosa Ischia/ la linea bianca di Napoli e il suo profilo di anfiteatro/ le sfumature rosa di Portici/ il vulcano dai colori cobalto e lilla brillante/ una nebbiolina bluastra da cui emergevano sottili volute di vapore bianco/ (che) si diffondevano nell’aria sotto forma di spirali”.
Così, attraverso la descrizione di uno scorcio del Golfo di Napoli in una calda e voluttuosa giornata estiva, l’autore ci restituisce l’atmosfera che accompagna i due protagonisti nell’incipit di questo peculiare racconto di viaggio.
Confesso anche che, quando Toudouze racconta a pagina 14 l’arrivo dei coniugi nel porto di Baia, descrivendo come Sulpicia “attraverso le narici frementi beveva avidamente il soffio tiepido e balsamico che scivolava sulla superficie del mare”, mi è sembrato proprio che quelle narici fossero le mie, e il profumo salmastro che ho sentito è stato così nitido da farmi chiedere se non stessi realmente anche io solcando i flutti marini sulla poppa di una nave.
Non si tratta di un’impressione fuori luogo, perché sin dalle prime pagine di questo piumato, setoso racconto, s’intuisce il profilo ambivalente di una storia che si svolge sul confine tra il vero e l’onirico, tra la realtà e la suggestione.

Il testo racconta il viaggio di nozze che Lucio, giovane rampollo romano di famiglia facoltosa, intraprende con la sua sposa Sulpicia nelle terre vesuviane, durante il soggiorno presso l’antica villa di famiglia di lei, situata a Boscoreale. Il racconto è tratto dalla versione tradotta e curata da Carlo Avvisati e Angelandrea Casale, di recente edita da D’Amico Editore, sulla quale si fonda la presente lettura critica.
Siamo nell’estate del 1900 e l’itinerario del viaggio d’amore non è, per così dire, convenzionalmente turistico. Segue infatti il filo intellettuale e squisitamente letterario del percorso intrapreso da Enea nella sua discesa nel regno di Ade, alla ricerca del padre Anchise. Le tappe del percorso dei due sposi sono tracciate dalla mente di Lucio, cucendo insieme ricordi virgiliani, un’immaginazione infervorata dalla passione per l’antico, conoscenze scientifiche prese qua e là e mappe reali del territorio.
Il tour alle pendici del Vesuvio prende avvio sul veliero che dal litorale di Cuma solca il blu del Mediterraneo fino a capo Miseno e a Bacoli. In questa dimensione altalenante tra sogno e realtà, lo sdoppiamento psichico del personaggio di Sulpicia si manifesta tra le suggestioni dei boschi napoletani e gli evocativi racconti del marito, attraverso i quali ella si dimentica della propria identità e si trasforma, a tratti, nell’Enea virgiliano in viaggio negli Inferi.
E qui, il lettore più addentrato nella materia mitologica non potrà non notare un riferimento ad un altro topos della classicità: il tema della metamorfosi.
I due sposi sbarcano a Castellammare di Stabia e, durante il tragitto in carrozza fino a Boscoreale, si fermano nell’antico quartiere marino di Pompei, dove assistono al rinvenimento di uno scavo archeologico: uno scheletro con corredo del I secolo.
La fantasia e l’esaltazione di Lucio completeranno le parti mancanti dello scavo. Nella sua suggestione estatica, egli crede di riconoscere nello scheletro ritrovato la figura di Plinio il Vecchio, il grande autore romano che trovò la morte in quegli stessi luoghi durante la nota eruzione del 79 d.C.
Nell’antica alcova-triclinio della villa di famiglia, dove i due sposi pranzano e riposano languidamente, tra “aranci, limoni e mirti”, e con il placet di Venere, che sorvola i due amanti in forma di colombe dipinte sul soffitto, avviene il “transfert artistico”, la visione del giovane Lucio, ovvero la sua trasformazione in un romano del primo secolo che sta vivendo l’eruzione del Vesuvio.

È a questo punto che il racconto prende la piega inaspettata di un saggio psicoanalitico, richiamando alla mente un riferimento letterario quasi inevitabile: la novella Gradiva, di Wilhelm Jensen, pubblicata nel 1903. Riscoperta da Carl Gustav Jung nei primi anni del Novecento e da lui segnalata al suo maestro Sigmund Freud, essa fu al centro di un celebre saggio psicoanalitico, scritto nel 1906 e poi raccolto nell’antologia Saggi su arte, letteratura e linguaggio, con cui Freud inaugurò l’allora inedito filone della psicoanalisi dell’arte, destinato a grande fortuna nei decenni successivi.
In entrambi i racconti si illustra il delirio di un giovane uomo, indotto dall’osservazione di antichità classiche durante una vacanza alle pendici del Vesuvio. Si tratta di una sorta di sindrome di Stendhal innescata dalla visione di reperti archeologici. Nella Gradiva, la psicosi delirante prende avvio dalla contemplazione di un bassorilievo pompeiano, analogamente a quanto accade al nostro protagonista Lucio, che viene indotto all’allucinazione da ritrovamenti archeologici distanti solo pochi chilometri da Pompei.
Due racconti scritti da autori stranieri, analoghi per forma e contenuti e ambientati nella stessa area geografica, composti a distanza di pochi anni l’uno dall’altro. Questo rimanda al grande filone della narrativa di fine Ottocento, che insieme sintetizza e simbolizza il fascino del Grand Tour, il tema decadentistico della rovina e della bellezza perdute, e l’archeologia come ponte verso l’immaginario e il fantastico.

Ed è proprio lì, tra le scolorite e mai stanche rovine di Pompei, che ogni viaggiatore finisce per scoprire che non è soltanto il passato a riaffiorare dalle ceneri, ma anche uno sguardo nuovo e antico insieme, che rivive in chi osserva e che spinge a riconsiderare quello che siamo, tutto ciò che crediamo di conoscere, in un confronto con la storia che diventa incontro diretto con le nostre parti più nascoste, antiche, vulnerabili, perché tra quelle pietre il passato continua, come uno specchio silente, a interrogare e osservare chi lo contempla, restituendogli, nel riflesso, l’immagine più nuda e inattesa di sé.
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