Il suo scheletro, rinvenuto nello scavo di Civita Giuliana, è esposto in una bacheca dell’Antiquarium di Boscoreale
E mo, tutti a pensare chi sa che cosa l’autore dell’articolo vorrà dire con questo titolo acchiappattenzionedellettore. E invece, non vuole dire niente di più e niente di meno di quello che il titolo dice “una zoccola vecchia diventata famosa”. Strillo, come si dice in gergo, che tradotto in italiano, vale “un ratto antico etcetera etcetera”. E sì. Perché questa, per davvero, è la storia di un rattus, che poi è il termine scientifico con il quale viene indicato un roditore della famiglia dei muridi, in genere conosciuti con il nome di ratti.
Anche se il loro nome d’arte dialettale, chiamiamolo così, va dalla pantegana romanesca, passa per il pongon emiliano romagnolo, prende corpo con il tarpone toscano e si sostanzia nella napoletanissima zoccola, propriamente detta e di purissima radice latina: sorcula. E dunque “zoccola”, perché di una pantegana si tratta, e vecchia pure, in quanto tiene la bellezza di quasi duemila anni. Come si vede, il titolo non è dato a caso. Un rattus, dunque, ovvero i suoi resti, lo scheletrino, diventato famoso perché come tanti altri suoi simili, e ovviamente assieme a uomini e piante, restò ucciso durante l’eruzione vesuviana del 24 agosto del 79 dopo Cristo, e che oggi è esposto, in mezzo ad altri reperti di assoluto valore scientifico e culturale, in un’ampia sala dell’Antiquarium per l’Uomo e l’ambiente sul territorio Vesuviano.

Una cosa seria, insomma, che trapassa la pur facile ironia che verrebbe voglia di fare sui vocaboli. Anche in considerazione del fatto che zoccole varie sono ritornate alla ribalta anche per l’hantavirus che ha provocato morti su una nave in crociera e sta tenendo il mondo in allarme per una epidemia che potrebbe scoppiare. Non vanno dimenticate, difatti, sia la “peste” sotto Giustiniano, dal 541 dopo Cristo in avanti, che in pochi anni fece milioni di morti sia quella più famosa e seicentesca descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi, scoppiate proprio a causa dei topi e delle loro pulci. Ritornando alla zoccola “nostra” va detto che i miseri resti vennero trovati un anno fa, o giù di lì, dagli studiosi che stavano lavorando allo scavo di un ambiente della villa suburbana di Civita Giuliana. Sì, quella famosa da cui sono stati tirati fuori dal lapillo e dalla cenere pezzi unici come il “carro nuziale”, le suppellettili della stanza degli schiavi e i resti di tre cavalli per due dei quali è stato fatto il calco e i calchi di due schiavi. Un’area che nel 1900, quando venne scoperta e parzialmente scavata quella fabbrica, era di pertinenza di Boscoreale ma che adesso ricade nel perimetro pompeiano del parco archeologico.

In una stanza dell’edificio, noto per essere stato per anni il “pozzo di San Patrizio” dei tombaroli locali, che lo hanno depredato di tutto quanto riuscivano a trovare, e poi a loro sottratto da un’azione coordinata tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e il Parco archeologico di Pompei, assieme ai resti della “zoccola” d’epoca, in un micro scavo di vasi provenienti dalla stanza detta “C” vennero trovati anche quelli di due topolini. I sorici, i topi, stavano in un’anfora e il ratto in una brocca. Mamma e figli? Che ci facevano in quei contenitori? E perché ci erano arrivati? Da dove venivano topi e zoccola? Tutte domande alle quali chi ne scrisse all’epoca forse non diede particolare importanza perché preferì seguire il comunicato stampa del lancio della notizia, che per forza di cose doveva essere stringato, lasciando che gli esperti poi fornissero in altri ambiti notizie esaustive e relazioni scientifiche. L’ipotesi è che il ratto, e i topi, cercasse di scappare dalla brocca in cui si era nascosto, pazzo di paura per i terremoti e i boati della montagna, quando arrivò il flusso bollente di polveri, gas velenosi e lapilli che lo uccise. Che cosa poi ci facessero i muridi in quella stanza lo si giustifica con il fatto che la villa, oltre ad avere un quartiere nobile ne aveva anche uno servile, abitato da schiavi (ne sono stati trovati i resti) che sovrintendevano alle produzioni di granaglie e quant’altro nei terreni di pertinenza.

E, come logica comanda, i roditori, quando ci sono ammassate derrate alimentari in uno o più locali di una tenuta agricola, o di un fabbricato, vanno letteralmente a nozze perché possono mangiare a schiattapanza tutto quanto gli viene offerto gratis. Tra le altre, questo rinvenimento, a Pompei e dintorni, non è assolutamente un fatto raro. In passato, una trentina di anni fa, sempre negli scavi, nella Casa di Polibio, venne persino trovato quanto restava di un “Suncus etruscus”, per gli amici “toporagno”, un mammifero ritenuto estinto, oggi. I resti dell’animale vennero scoperti in un’anfora in cui c’erano residui di pesce, lische e spine e squame. La prima ipotesi che allora venne accampata fu quella di un rifugio di fortuna cercato, e trovato, per salvarsi dall’apocalisse che si era abbattuta sulla città. L’altra, forse più plausibile, è che quell’anfora fosse una sorta di “mastrillo” (voce napoletana per indicare una trappola per topi) dell’epoca che con i resti di garum cercava di attrarre i roditori per liberare la casa dalla loro nefasta presenza.
E la nostra è stata appunto trovata in un vaso con del liquido di natura ancora da accertare. Insomma, una vera calamità, i topi nell’antichità, come racconta Plinio il Vecchio che scrive a tal proposito “negli annali si ricordano molti casi di cerimonie interrotte dallo stridere dei sorci”. Ma vale anche l’idea che potessero essere stati messi là a macerare per ricavarne un medicamento: la medicina all’epoca usava tutta una serie di prodotti artificiali o naturali, per la cura di numerose patologie. Insomma, tra una ipotesi e l’altra, si fa strada anche quella più banale che i roditori trovati allora e quelli rinvenuti di recente fossero poco “figli di zoccola” perché si erano andati a chiudere in un “cul de sac”, anzi in “un cul de vas…o”, invece di fuggire in aperta campagna. Smentendo così quanto diceva Tito Maccio Plauto nel Truculentus, una sua opera: “Pensa a quanto è saggio un topolino: non affida mai la sua vita a un solo buco”.
Ecco, dunque, quel topo di cui sono esposti i miseri resti nell’Antiquarium potrebbe essere un poco tutto questo: una zoccola vecchia poco “zoccola” perché si era andata a chiudere in un budello. Ma comunque “zoccola” perché si era trovata un rifugio dove c’era ogni ben di dio da mangiare. Un poco come gli uomini… che furbamente si fanno guerra e si ammazzano per trovare “rifugi” dove potersi satollare gratis d’ogni cibo o risorsa. E come quella zoccola e quei topi trovati a Civita Giuliana sono poco “figli di zoccola” perché ci lasciano la pelle senza poi aver trovato anche solo un briciolo di guadagno, quando arriva la fine.







