“La prima guerra mondiale cominciò come una festa d’estate, tutta gonne al vento e spalline dorate. Milioni e milioni e milioni di persone sventolavano i fazzoletti dal marciapiede mentre le piumate altezze imperiali, le serenità, i feldmarescialli e altri idioti del genere sfilavano per le strade delle principali città d’Europa alla testa dei loro scintillanti battaglioni.”
Comincia così l’introduzione del 1959 a questo romanzo scritto vent’anni prima, uscito due giorni dopo l’aggressione tedesca alla Polonia. Ma il lettore non si aspetti un racconto di guerra nel senso consueto della parola, si troverà invece di fronte all’ossessivo, divagante monologo di una voce che cerca un corpo, una persona, una storia. Johnny è stato orrendamente mutilato in guerra, non ha arti, non ha volto, non parla, non vede, non sente, è un tronco fasciato che il miracolo di una medicina che, grazie anche agli strazi di guerra ha fatto clamorosi progressi, è riuscito a tenere in vita. Ma dentro di lui c’è una voce pensante sopravvissuta allo sfacelo del suo corpo. Questa voce, riavutasi dopo le operazioni, comincia a ricordare, a connettere, a esplorare il mondo cieco nel quale è rinchiusa, a formulare pensieri, a cercare un contatto con la realtà circostante.


Il romanzo è scritto da un narratore esterno con focalizzazione interna, come si dice in termini narratologici, cioè da un narratore che fa blocco col suo unico personaggio e lo fa rivivere dal di dentro. Spesso addirittura diventa quasi impercettibilmente Johnny stesso che racconta, ricorda, effonde la sua protesta e il suo dolore. L’autore usa come unico segno di interpunzione il punto fermo, quando il periodo è più complesso spetta al lettore modularlo, dare alle parole la cadenza giusta, farle risplendere di senso, incanalare questo fiume che scorre per associazioni e scatti repentini. Questo romanzo diventa così una grande avventura del lettore, perché la parola fa totalmente blocco con il suo oggetto e lo incarna con immediatezza al di là di ogni logica e di ogni “messaggio” coerente.
Il romanzo è la protesta di una carne ferita che chiede un senso che non c’è, non può esserci, testimonia una volontà di vivere ad ogni costo, contro ogni violenza, contro ogni evidenza. Johnny si arrovella per riuscire a dire all’infermiera che non è un tronco inerte, che è vivo non solo biologicamente ed inventa un modo di comunicare, in un alfabeto Morse fatto di lievissimi movimenti ritmati. L’infermiera lo capisce e cosa vuole Johnny? Vuole essere portato via dall’ospedale, vuole essere esposto come un fenomeno, vuole mostrare cosa può fare la guerra.
“Portatemi davanti ai parlamenti alle assemblee ai congressi e ai consigli di stato. Voglio essere là quando parlano di onore e di giustizia e di salvare la democrazia nel mondo e fanno appello ai diritti dell’uomo e all’autodeterminazione dei popoli. Voglio essere là per ricordare che io non posso protestare perché non ho più lingua e non ho più bocca…”
Johnny vuole troncare di netto la catena della retorica patriottica e delle argomentazioni pigre e scontate, vuole rimettere al centro del discorso politico l’uomo, ogni uomo, vuole ricostruire le fondamenta del discorso politico a partire dalla concentrazione ossessiva sulla sofferenza individuale. Resterà nel suo ospedale, a vivere la sua vita di sopravvissuto e nessuno saprà mai che dentro il suo corpo sfigurato esiste ancora.
Il libro si diffuse tra un infuriare di polemiche, fu messo parzialmente da parte durante la seconda guerra mondiale, anche per la facile appropriazione da parte dei movimenti pacifisti, che allora negli U.S.A. avevano una forte connotazione isolazionista e filo-tedesca. Ritornò a parlare al mondo nel dopoguerra, in particolare durante la guerra del Vietnam, e non ha più smesso.
È forse uno dei pochi romanzi, se non l’unico che abbia mai letto, autenticamente e radicalmente pacifisti e antimilitaristi. Lo è perché non presenta ragioni, non proclama ideali, non argomenta e non spiega. Assesta un pugno nello stomaco e ci dice, tra la vita e la morte, di scegliere la vita. Il tormento del come spetta a noi.







