Di martedì, il quinto dei cinque appuntamenti per scoprire notizie e curiosità sulla bevanda iconica di Napoli

Nicola Valletta, un giureconsulto e il “suo” caffè

A proposito del caffè e sul caffè, a Nicola Valletta, vissuto tra il 1748-1821, avvocato e giurista insigne, docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Napoli, tra le altre discipline di cui fu titolare di cattedra durante gli anni d’insegnamento, autore della Cicalata sul fascino volgarmente detto jettaura, nel suo Trattato XIV, delle Canzoni e de’ Brindisi, il caffè, quella bevanda tanto strana, sollecitò talmente arguzia e versi che il giureconsulto non esitò a mettere in versi questa fascinosa CANZONETTA in onore dell’infuso che stava cominciando ad andare tanto di moda un poco dappertutto.

Bacco in Toscana e Nicola Valletta

Di caffè buono odoroso

reca un nappo, o Lesbia mia;

l’arte tu sai ben qual sia

d’apprestar sì caro umor.

Chi servire or dei, rimira:

se a quel labbro delicato

il piacer tu neghi usato

qual mai fia il tuo rossor?

O coltissimo Corrado

cui dié il Ciel felice ingegno,

un presente a te più degno

dolce amico, io far non so.

Forse meco tu convieni

che bevanda più gradita

a ristoro della vita

l’uomo mai non inventò.

Sia la terra de’ Tedeschi;

sien dei Vati ciarlatani

i Falerni,  i Frontignani;

de’ Milordi il ponce e il thè.

Beva quegli il cioccolatte

che per pace di coscienza

crede farci penitenza:

nostro sia un buon caffè.

Bacco un giorno adular volle

e al caffè in Redi avverso,

era allor nel viso immerso

né sapea discorrer più.

Perché amaro, ergo danneggia:

grande error di gran talento!

S’egli fe’quest’argomento

di Toscana onor non fu.

Ma chi saggio in petto serba

d’Epidauro il Nume antico

di liquore all’uom sì amico,

potrà i pregi riferir.

Che del vino i tristi effetti,

e i vapori affrena, e arresta;

che alla massa mal digesta

può con forza il varco aprir.

Che il soverchio umor dissecca,

scioglie ogni acida crudezza;

voglio dirlo, e la bianchezza

può de’ denti conservar.

Gran conforto o medicina,

della vita a mille mali!

Gran sollievo de’ mortali,

che son stanchi di penar.

Che la vista infievolisca,

io d’infermi un sogno il credo:

sempre il bevo e ancor ci vedo,

né ancor l’occhio infievolì.

E ognor, sassata ai vetri,

sento dirmi dalla gente,

questa è moda ed io sapiente

mi fo credere così.

Fola è ancor, che tolga il sonno,

e che ‘a nervi sia dannoso:

spesso il bevo, e ben riposo,

quando ha pace il cor nel sen.

Se son magro e per che traggo

sempre l’anima co’ denti,

magre son pur tante genti,

che il caffè ha per velen.

Io lo vo’ tre volte al giorno;

mi conforta, e manda via

la crudel malinconia,

e a me stesso egual mi fa.

Giusto e ben, s’io lo consigli,

e se lodi ognor gli faccia;

che d’ingrato mai la taccia

questo core alfin non ha.

Benedetto quel Botanico

che nell’araba foresta

volger seppe il primo a questa

nobil pianta il suo pensier.

Ben tessuto ei vide il guscio,

ed i lividi suoi grani,

adattando agli usi umani,

unì l’utile, e il piacer.

Benedetto chi de’ grani

la virtù per dare all’onda,

della fiamma furibonda

fe’ provarli il rio destin.

Ruotò poi scabroso acciaro,

e li franse, e in polve sciolse,

che nell’onda ardente avvolse

e spumar lo vide alfin.

Dunque umore egregio tanto

sprezzi sol chi non l’intende.

o chi misero discende

dal suo trono oscuro e vil.

Ma già Lesbia a noi ritorna

col mirabil lavorìo

già precorre, amico mio,

consolante odor gentil.

Così torbido si beve,

mio Corrado, se a te piace;

il Sultano, il Perso, il Trace,

bevon tutti in modo ugual.

Se vi accresci il dolce succo,

che dà a noi Indica canna,

nemmen Redi lo condanna,

che ne disse tanto mal.

Anche brindisi canori

col caffè perché non fare?

Ecco io primo il voglio fare;

sia propizio al voto, il ciel.

Prendo a onor del Gran Fernando

questo sorso, Ei l’ha pagato.

E quest’altro è consacrato

a te amico il più fedel.

 

E quel Redi al quale fu avverso il caffè non fu altri che Francesco Redi, medico, biologo, naturalista, che viene ricordato come il padre della parassitologia moderna e fondatore della biologia sperimentale. Il perché del riferimento allo scienziato da parte del Valletta sta tutto nel poemetto Bacco in Toscana, nel quale il Redi aveva sottolineato, con sfottò ironico, la moda esotica che contrapponeva il caffè all’antica bevanda che per millenni aveva arricchito e nobilitato pranzi e convivi: il vino. Scrisse il Redi:

… Non sia già che il cioccolatte 

v’adoprassi, ovvero il tè,

medicine così fatte

non saran giammai per me:

beverei prima il veleno

che un bicchier, che fosse pieno

dell’amaro e reo caffè:

colà tra gli Arabi,

e tra i Giannizzeri

liquor sì ostico,

sì nero e torbido

gli schiavi ingollino.

Giù nel Tartaro,

giù nell’Erebo

l’empie Belidi l’inventarono,

eTesifone e l’altre Furie

a Proserpina il ministrarono;

e se in Asia il Musulmanno

Se lo cionca a precipizio,

Mostra aver poco giudizio…

Insomma, quanto fosse osteggiata dalla intellighenzia dell’epoca la moda di bere un caffè lo si può ben comprendere anche da La Cantata del Caffè, composta da Bach per essere eseguita a Lipsia al Café Zimmermann dall’ensemble musicale Collegium Musicum, su libretto del poeta Christian Friedrich Henrici, meglio noto come Picandier.

Caffè Zimmermann, Lipsia, incisione antica

Nell’operetta si parla di un padre che vuol proibire alla figlia di bere caffè negandole passeggiate e sontuose toilettes, e minacciandola persino di farla restare zitella. Ma la giovanetta, che canta «Ah! Come è dolce il sapore del caffè! Più dolce di mille baci, più dolce di un vino moscato» riuscirà a vincere la testardaggine paterna perché «proprio come un gatto non smette di prender topi, le fanciulle non smetteranno mai di bere caffè». Finalmente, però, con la Bottega del caffè di Carlo Goldoni, le cose per la straordinaria bevanda si mettono magnificamente bene. Diventando un vero e proprio must quando, in  contemporanea con le altre capitali europee e grandi città italiane, a Napoli il caffè, ‘o Ccafè, trova finalmente “terreno fertile”, ovvero l’acqua, l’aria e il genio dei figli di Partenope, per mezzo dei quali diventerà la bevanda più consumata al mondo: un’ icona di Napoli e dell’Italia.

 

 

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