Pompei ed Ercolano. Fra case e abitanti, se ne accennava nell’articolo precedente, perfeziona e adatta alle città vesuviane la formula felicemente sperimentata sui quotidiani e nelle Passeggiate campane
Abbiamo così delle storie pompeiane ed ercolanesi che nascono dagli edifici ma anche dalla letteratura e dagli archivi. Seguiamo, in tal modo, la visita a Pompei di Pio IX, riviviamo i dolorosi giorni della guerra e del bombardamento anglo-americano di Pompei e osserviamo al lavoro i “ciceroni” degli scavi, che pur non essendo più quelli della tradizione romantica, restano pur sempre “i rapsodi di Pompei”.
Ma conosciamo anche personaggi delle città antiche, Giulia Felice e Cecilio Giocondo, il locandiere Sittio e la liberta ercolanese Giusta, tutti evocati nelle storie che monumenti, epigrafi e, nel caso di Giusta, gli atti di un processo conservati fortunosamente in tavolette carbonizzate, permettono di ricostruire.
Ci sono poi agili e solide sintesi d’insieme, come la pagine dedicate all’affresco dei misteri della Villa omonima o alla ercolanese Villa dei papiri e commosse rievocazioni dei cosiddetti calchi, le forme umane impresse nel gesso nelle pose più varie e drammatiche, che Maiuri stesso ebbe modo di trarre in gran numero dalla terra, soprattutto durante gli scavi nel quartiere intorno all’Anfiteatro. Le pagine sui tre calchi dell’orto dei fuggiaschi restano ancora fondamentali anche per le ulteriori indagini che sui quei calchi si vanno svolgendo. Come non si dimenticano facilmente le commosse pagine sull’ultimo mendico di Pompei, anche tenendo conto che si tratta di una plausibile deduzione in base a un’attenta osservazione della conformazione del calco stesso.
Maiuri ci guida anche nella città dei turisti dei suoi tempi con scorci felici come quello del vignaiuolo che nella cella vinaria della Villa dei Misteri “fresco fresco della sua esperienza di ieri, illustra a un’accolta di amici, senza ricorrere a Catone o a Columella, il torculario in legno ricostruito con le ferramenta trovate sul posto”, con un tono amabile e bonario, quello del professore d’altri tempi, conscio della sua dottrina, ma che non vorrebbe però finire confinato tra le sue carte ed escluso dalla realtà che lo circonda.

Ma tra pagine di tono e spessore così vario, emerge anche, ed è forse il suo lascito più profondo, la consapevolezza che Pompei non è un insieme di cose rare e meravigliose, ma un’occasione per capire a fondo i settori più svariati della vita di quel tempo: “Sono invece le case modeste e le officine degli artigiani a richiedere oggi un più accurato esame, e non solo dell’archeologo, ma del tecnico, del meccanico, del chimico, del naturalista, per meglio comprendere quelli che sono gli aspetti ancora meno noti e poco studiati della vita degli antichi, delle arti e dei mestieri più umili che formano il substrato di ogni convivenza sociale”. È una visione che, alla luce della sempre più accentuata e ormai indispensabile collaborazione tra le più diverse discipline a Pompei, si rivela decisamente illuminata e, diremmo, “moderna”.
Pompei ed Ercolano. Fra case e abitanti è un libro che da una parte blocca un’epoca, degli scavi e della loro lettura, dall’altro si apre non raramente al futuro e che ci può accompagnare a Pompei per dare anima a edifici e personaggi e rievocare i momenti di alcune scoperte. Pur con i suoi anni e i suoi limiti (alcuni errori di interpretazione, come nel caso della croce di Ercolano), resta un libro raro e prezioso.
Pochi protagonisti del suo calibro hanno scritto libri del genere e onestamente, da cinquant’anni a questa parte, un libro che ripercorra, con piglio narrativo e rigore storico, la Pompei che dagli anni Settanta si è venuta rivelando, ha visto dissepolti altri edifici significativi, riaperti percorsi e restaurati monumenti e affreschi che rischiavano di scomparire, è ancora da scrivere.







