Giovanni Taranto, giallista vesuviano, miete nuovi successi con il suo nuovo thriller

Qualche anno fa, il cartaceo del giornale on line Il Post riprendeva il luogo comune che voleva i libri, o almeno una buona parte di essi, utilizzabili solo come zeppa da mettere sotto il piede di un tavolo traballante. Non è questo il caso de La Chianca (442 pagine, 21 Euro, Avagliano editore), quarto “nuar”, come dicono quelli che sanno le lingue, della fortunata serie messa su carta da Giovanni Taranto, già cronista vesuviano di razza e oggi sottile giocatore con le parole, prestato forse definitivamente alla bella scrittura “giallistica”. Questo, per due motivi: il libro è troppo spesso per essere usato quale “zeppa” e il suo utilizzo porterebbe a squilibrare il tavolo, invece di tenerlo bel livellato.

Il secondo, e non secondo, motivo è tutt’altro che banale: la Chianca, un thriller civile ambientato tra Napoli e il Vesuviano che racconta la storia di un traffico di schiave del sesso gestito dalla camorra e dalla malavita dell’est europeo in un esclusivo club privato, si legge tutto d’un fiato e i suoi intrecci assieme ai suoi personaggi tengono il lettore sulla corda mettendogli addosso l’ansia di voler conoscere come “camminerà” la pagina successiva a quella che si sta finendo di leggere.  Oppure il voler indovinare quali saranno le mosse del capitano Mariani e della sua squadra di carabinieri puntigliosi e figli di ntrocchia.

Cronista di “nera” per quasi quarant’anni, Taranto, riversa nella sua scrittura, mai arzigogolata e pesante, tutte le conoscenze acquisite salendo e scendendo dai commissariati di polizia, dalle stazioni degli uomini della Benemerita, dalle aule dei tribunali, e battendo palmo a palmo la provincia vesuviana con l’obiettivo di dare ai suoi lettori notizie chiare e succulenti sui fatti di cronaca che giorno dopo giorno lo hanno accompagnato nel mestiere.

Ma, al di là di ogni elemento letterario o coinvolgente, quello che appare un dato incontrovertibile è la ben riuscita operazione di far diventare il dialetto vesuviano parte fondamentale dell’intera architettura linguistica del romanzo. Il napoletano di Taranto non è mai scontato o superficiale ma ha sempre, alla base, un suo perché,  oltre allo  studio dell’utilizzo del vocabolo dialettale caratteristico, fino a farlo diventare un rumoroso “mortaretto” capace di far puntare l’attenzione del lettore sulla scena che sta sviluppando e suoi personaggi: dai testimoni, ai criminali, dalla gente comune che popola le strade della provincia napoletana agli stessi inquirenti, come lo spassoso napoletano del maresciallo Di Filippo e del brigadiere Soriano.

Insomma, un thriller che sarebbe un vero peccato non avere nella propria biblioteca. Magari assieme agli altri della saga che Giovanni Taranto ha liberato dal provincialismo e fatto diventare un fenomeno noir-letterario di caratura internazionale.

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