Fra echi di canto di sirena e fondali incontaminati, un angolo di costa indimenticabile.
E’ uno dei promontori più selvaggi e affascinanti della Campania, situato nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, a sud di Salerno. E’ tra le 10 spiagge più belle della Costiera “Divina” e non solo. Un irresistibile richiamo questo di Punta Licosa, che si armonizza tra mito, storia e natura incontaminata. Tra lo smeraldo dei boschi e il turchese delle acque di un luogo magico, dove “le isole erano sirene e i fondali rocciosi custodiscono tesori”. Capita che le cose più belle siano più vicine a noi di quanto pensiamo. Se si viaggia nel Cilento, dunque, sarebbe il caso di lasciarsi sedurre da questo luogo che sembra uscito da un altro tempo.
Un peccato lasciarsi scappare questa meta. E non solo per il mito che lo lega ai racconti omerici. Certo, l’isolotto verde e disabitato che spunta a un tiro di schioppo dalla costa ci “chiama” quanto la sirena Leucosia che gli ha dato il nome. E che, secondo la leggenda, sarebbe stata trasformata in scoglio dopo il rifiuto di Ulisse. Ma noi non faremo come Odisseo e, a tempo debito, le faremo omaggio. Prima, però, godremo della sua attesa percorrendo il sentiero che, dal porticciolo di San Marco di Castellabate, conduce a Punta Licosa. Si tratta di un percorso alla portata di tutti, ma non per questo scontato, come non lo è mai la bellezza, nel caso di specie quella della natura circostante.

Bellezza che, da queste parti, è fatta di un mare cristallino sotto un cielo terso, ma anche di una vegetazione rigogliosa e selvaggia che in più punti si allunga fino all’acqua. Con un dislivello di 40 metri e un terreno senza asperità, il percorso naturalistico è molto semplice, adatto anche a chi non pratica il trekking abitualmente. Totalmente disabitata e dominata dall’unica traccia umana del faro e dei ruderi della casa del suo antico guardiano, l’isola di Licosa è in compenso popolata da bestiole individuabili solo da queste parti. In particolare, vi è dato ammirare esemplari del gabbiano corso (Larus audouinii), specie endemica dell’area del Mediterraneo, oltre a particolari lucertole dalla livrea verde e azzurra, caratteristiche di questa area. Sulle sue rocce vedrete, invece, crescere specie vegetali capaci di sopravvivere e prosperare a contatto con l’acqua salata, mentre scendendo sotto il livello del mare è da distinguervi bioconcrezioni del vermetide Dendropoma petraeum, mollusco gasteropode tra le poche specie del Mediterraneo, capaci di formare costruzioni superficiali, un po’ come accade con le barriere coralline tropicali.

Sempre guardando verso i fondali, è facile individuare anche i segni del passaggio dell’uomo, talmente antichi da essere ormai diventati parte del paesaggio marino. La visita all’Isola di Licosa consentirà, infatti, di vedere i resti sommersi di una villa romana e le pareti di una presunta vasca per l’allevamento delle murene – o comunque per la lavorazione del pesce – risalenti, si pensa, a un’epoca compresa tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Una scoperta, questa, che probabilmente non sorprenderà gli appassionati di storia antica. Se si è tra questi, già in partenza da San Marco di Castellabate, non sarebbe mancata la visita ai resti del suo approdo greco romano. Diversamente, di ritorno dalla Punta, li si vedrà affiorare a pelo d’acqua accanto al molo moderno, testimonianza dell’importanza che la zona, come del resto l’intero Cilento, ha avuto per i commerci, gli scambi e la cultura del mondo antico.
Punta Licosa è collocata sull’estremità nord-occidentale della Penisola omonima della Campania, che chiude a Sud il Golfo di Salerno. Chiamata dagli antichi “Enipeum” o “Promontorio di Poseidone”, la Punta sarebbe stata toccata anche dal Principe Enea, durante il suo viaggio in Italia, così come ricordò Publio Virgilio Marone nel poema l’Eneide. Denominata anche “Punta delle Sirene”, secondo la mitologia Greca, deve il suo nome attuale alla leggendaria Leucosia, una sirena che vi si sarebbe uccisa, lanciandosi da una rupe, per non essere riuscita ad attrarre Ulisse col suo dolce ed ingannevole canto. Altra versione del mito indica che le Sirene, le quali non erano riuscite a provocare il naufragio di Ulisse (che si era premunito, facendosi legare all’albero della nave e turare con la cera le orecchie dai compagni), si sarebbero date la morte precipitandosi in mare. A questo punto, i loro corpi sarebbero stati trasportati dalle onde fino a raggiungere le spiagge di Terina, Napoli e di Punta Licosa, presso Poseidonia.

Ricordata, quindi, da Omero nella sua “Odissea”, Leucosia dà anche il nome ad una isoletta, poco più di una lingua di terra, sita di fronte all’omonima Punta al cui centro campeggia un bianco faro da costa. Situata in una zona disseminata di secche e di scogli pericolosi, l’isola e la Punta di Licosa, abitate sin dall’epoca classica, sono state testimoni di numerose tragedie del mare, di fatti storici poco conosciuti, ma soprattutto della vita che vi hanno vissuto generazioni di pescatori, di corallari e di addetti alle tonnare. Crocevia dei transiti e dei commerci marittimi, da o per la Grecia antica ed in seguito per Roma, l’area è stata teatro di numerosi affondamenti, i quali hanno lasciato tracce concrete negli stessi fondali. Lo documentano i continui ritrovamenti di resti di navi romane, alcune delle quali d’età imperiale, individuate spesso ancora con i loro carichi di anfore ed altri oggetti di vasellame. Dirette a Napoli, ma anche nel vicino porto militare dell’odierna San Marco di Castellabate, molte di queste navi s’inabissavano nei pressi o al largo dell’isolotto di Licosa, spesso a causa delle tempeste marine, cagionate dal forte vento di libeccio, ma anche dalla mancanza di una qualsiasi forma documentata di segnalazione.
Occupata dai Saraceni nel 845 d.C., la località fu anche teatro di numerosi scontri navali e terrestri, alcuni dei quali decisivi, come quello dell’agosto 1806 che vide contrapporsi da un lato gli anglo-napoletani e, dall’altro, i franco-corsi fedeli ai nuovi occupanti. La sua importanza strategica, ma anche la sua delicata posizione geografica, che ne aveva fatto uno dei tratti costieri fra i più temuti dai naviganti, l’ha legata per secoli alle vicende delle varie Marine da guerra, che in essa vi sin sono alternate da tempo immemorabile: dalla Marina di Roma a quella Angioina ed Aragonese, da quella Spagnola a quella del Regno di Napoli, dalla francese a quella inglese, alla quale, nel settembre 1943, spettò l’ultimo atto di guerra, con l’inevitabile affondamento del glorioso “Regio Sommergibile Velella”…
Intanto, sempre a proposito di Punta Licosa e dei suoi non pochi miti, va ricordata la “leggenda dei Giganti”, tra quelle popolari, molto spesso affiancate sia dalla letteratura (ricordiamo tutti Polifemo), che dalla stessa iconografia classica, supportate a loro volta da notizie tratte da sporadiche emergenze archeologiche, peraltro ancor prima di aver sottoposto le parti di scheletri alle opportune analisi di laboratorio. È ovvio che quanto appare, oggi, in Internet riguardo a presunti ritrovamenti archeologici, in varie parti del mondo, sarebbe per molti falso e fuorviante, anche perché è risaputo – e questo già nel passato – che la credenza popolare riguardo ad una reale esistenza di esseri umani “giganteschi”, è stata molto spesso “avvalorata” da ritrovamenti casuali di ossa di animali preistorici, attribuite a popolazioni primitive, dotate di così elevata statura.
Ma la cosa che maggiormente dovrebbe far riflettere è che notizie simili sono state riportate, sia nei libri scientifici che nelle riviste dell’epoca, anche in tempi che oggi potremmo definire “non sospetti”, tempi nei quali si cercava di informare l’opinione pubblica di quanto accadeva, anche nei posti più lontani del Pianeta, oltre che nella nostra stessa Penisola, come nel caso di Licosa. Ma è un’altra storia che, magari, lascerebbe spazio a certa fantasia di maniera, che nulla ha a che vedere, a mo’ di testimonianza valoriale, con quel faro storico, puntato sulle esperienze uniche, inclusive, di “Chi tene ‘o mare”, lo conosce e lo ama fino in fondo.







