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CAMPI FLEGREI  – La tentazione seria, a cui anche la nostra cultura occidentale è esposta, è quella della dimenticanza, colpevole e interessata: senza memoria non si va avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Un principio basilare di cui nella storia che raccontiamo si fa interprete, testimone sul campo e con i fatti, l’associazione onlus “Africaintesta” (con sede in via San Paolo a Pozzuoli), progettata da un manipolo virtuoso di operatori volontari nel 2010 e inaugurata, ufficialmente, nel 2018.

Un anno dopo, contava già 17 strutture, nidi di vicinanza inclusiva. Oggi, presidente del lodevole sodalizio umanitario è la signora Adele Gigante, si può dire appena di ritorno con i suoi collaboratori, da uno dei non pochi viaggi periodici, meta il “Villaggio San Francesco” a Bunda, una struttura di accoglienza per bambini orfani in Tanzania, non lontano dal Lago Victoria. Costruita su un terreno di proprietà della Chiesa, accoglie attualmente 70 “piccoli angeli” dai 3 ai 12 anni, tutti orfani, tra i quali 15 albini, una condizione genetica, questa, molto diffusa in Tanzania, che causa la mancanza di colore nella pelle, nei capelli e negli occhi, con conseguenti discriminazioni nei confronti dei soggetti che ne vengono colpiti, originate da false credenze. Per adesso, non è ancora partita l’attività scolastica per la formazione professionale, che – afferma la signora Adele – potrebbe inserire “chi non è portato per lo studio”, in una tipologia di apprendimento, di un mestiere “che garantisca un futuro dignitoso, nel contesto di una vita possibilmente sicura e serena”.

Così fondamentalmente è nata “Africaintesta”, l’associazione che ha costruito e che oggi come ieri finanzia, grazie soprattutto al “5 x mille” (che potrebbe in futuro aiutare a creare una diversa rete di indipendenza), il villaggio affidato alle suore della Congregazione delle Piccole Missionarie Eucaristiche (Pme), con Casa Madre al quartiere Bagnoli di Napoli. Un lavoro quotidiano, ora dopo ora, il loro, a tutela dei più fragili e vulnerabili. Nel Villaggio San Francesco, si sentono le grida di gioia e le risate dei bambini mentre giocano dopo le lezioni, essendo l’accogliente sito non soltanto un centro di accoglienza per ragazzi in situazioni di particolare difficoltà. È un luogo di vita, una casa. E anche una scuola, con i suoi insegnanti per imparare un mestiere da grandi. Non esiste una routine nel villaggio, ogni giorno è diverso, anche se il ritmo ha degli orari da rispettare, come la sveglia la mattina alle 6.00, la colazione, l’alzabandiera e, poi, le lezioni fino alle 16.30.

Dopo, il villaggio si anima con giochi, canti, musica. E c’è anche chi si dà da fare nell’orto o in qualche laboratorio “di arti e mestieri”. E i bambini ridono, nonostante le tante storie dolorose che molti portano nel cuore. Storie di abbandono, di fame, di sacrifici. Nel Villaggio è stata costruita anche una casa per ospiti, per chi vuole donare il suo tempo e trascorrere un periodo di volontariato. Vengono medici, pediatri e dentisti per offrire cure ai bambini e per entrare in contatto con un’altra realtà. “Per arrivare lì -racconta una delle volontarie- ci vogliono circa due giorni di viaggio. Si parte da Roma fino ad arrivare in Etiopia, per poi giungere a Mwanza in Tanzania e prendere un bus che in circa tre ore e mezza arriva nella regione di Bunda.  Io sono arrivata a notte fonda, ero stanchissima e non avevo ancora realizzato di essere lì. La prima cosa che mi ha stupita, è stato il silenzio assordante e le tante, tantissime stelle, visibili facilmente ad occhio nudo…”.

Nel villaggio di “Africaintesta”, sarebbero state create anche delle risaie, posto che il riso è uno degli alimenti principali e, per poter permettere che i bambini ospitati crescano sani, c’è bisogno di cibo e cure mediche. «Il volontariato implica uno spirito di servizio o la volontà di costruire ponti, non steccati, e così facendo di rendere il mondo che ci circonda un posto migliore, oltre ad offrire l’opportunità di conoscere nuove persone, potendo aiutarti a migliorare le tue capacità relazionali e sociali, a restituire qualcosa, che  tocca di diritto legittimato a chi ne è privo e ne ha bisogno, specie ai disagiati, agli infermi, agli umili, in termini di solidarietà globale», sottolinea la presidente Adele Gigante, che conclude citando Liliana Segre: «Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare».

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