A Valva, in provincia di Salerno, una dimora cavalleresca sospesa nel tempo

Già dalla prima volta che si attraversano gli alberi guardiani che costeggiano i lati del viale d’ingresso non si hanno dubbi: le muse di Apollo abitano qui, nel parco di Villa d’Ayala. O, certamente, vi si trovano d’estate, quando vengono a villeggiare, approfittando della frescura dell’Appennino e della complicità sussurrata dei suoi fruscianti boschi ombrosi. E in effetti, camminando a piedi tra le stradine di ghiaia bianca dominate dagli alti faggi, se si fa silenzio, e ci si ferma un momento, e si resta in ascolto, sembra quasi di udire tra le foglie smosse da Eolo il suono frizzante di fresche risate di fanciulle.

Che ci si trovi in un luogo dove la mitologia è di casa è evidente sin da subito; quando, a pochi metri dall’ingresso al parco, sulla sinistra del viale d’ingresso, ci si imbatte nel primo giardino all’italiana della tenuta. Si tratta di un piccolo spazio circolare di viottoli scanditi da siepi di bosso, al centro del quale si erge un’elegante scultura di Diana cacciatrice, ritratta nell’atto di una tenera carezza al suo amato cerbiatto; il tutto sotto gli occhi vigili di altre divinità di marmo, assiepate sul perimetro del giardino.

Giardino di Diana

Il viale sterrato che conduce alla dimora segue il declivio della montagna e si percorre a piedi in pochi minuti. Dal cancello d’ingresso fino alla zona alta ci si affiancano, man mano che si sale, nuovi e inaspettati personaggi. Sono volti e corpi di marmo: gli antichi abitanti della Villa; una pletora di divinità, ninfe e semidei che abitano spazi selvatici e residenziali nei sedaci ettari che costituiscono la tenuta. Sculture che, nella loro collocazione, sembrano seguire un’invisibile partitura sinfonica, che si sviluppa in un lento e graduale crescendo, secondo la geografia del luogo. Sono loro i guardiani silenti di quei viali; ed è per questo, forse, che ogni volta che si visita il parco, anche se si è soli, in qualunque punto ci si trovi, si ha sempre la sensazione che qualcuno ci stia osservando.

Tra questi pensieri, di leggera inquietudine mescolata a piacere, si giunge al piazzale antistante la villa. Conosciuto anche con il nome di “Emiciclo della Bellezza”, perché decorato da una serie di sculture rappresentanti allegorie delle arti, che affiancano il gruppo marmoreo delle Tre Grazie: danzanti, nude e con le mani intrecciate, secondo la classica iconografia ovidiana, ripresa tante volte nel mondo delle arti figurative, da Botticelli a Canova. E in effetti è una delizia soffermare lo sguardo sulla grazia di queste creature sorridenti che danzano adagiate all’ombra della piccola montagna.

Emiciclo della Bellezza

Su quel monte, alle loro spalle, solo pochi metri più in alto, veniva realizzato, nel corso dell’Ottocento, il secondo giardino all’italiana: la perla del parco, noto a chi è di casa come “Teatro di Verzura”. Si tratta di un teatro vegetale costruito sfruttando la pendenza montuosa, in cui i cespugli di bosso sagomato costituiscono le gradinate e gli spettatori sono busti marmorei collocati tra questi, con lo sguardo rivolto verso la cavea, dove anticamente si tenevano gli spettacoli.

Teatro di Verzura

Quando fu costruito il teatrino, nello spirito del locus amoenus, cioè di luogo di riposo lontano dagli impegni mondani, il marchese Giuseppe Maria Valva, eccentrico e creativo committente dell’opera e grande estimatore della musica di Wagner, veniva qui ad ascoltare concerti e a prendere lezioni di composizione. E in effetti l’acustica perfetta di questa radura boscosa è sopravvissuta ai secoli e ancora oggi viene sfruttata nei concerti che si tengono in villa, soprattutto nel periodo estivo. E, a proposito di musica, è bene ricordare che Villa d’Ayala fu la dimora d’infanzia del compositore Giacinto Scelsi — la cui madre era Giovanna d’Ayala-Valva — e che proprio in questo luogo il musicista ricevette i rudimenti della sua educazione.

Ritornando dal Teatrino di verzura all’Emiciclo della bellezza, ci si trova di fronte al portale d’ingresso della casa padronale, inserito in una cinta muraria ghibellina. È questa che racchiude il terzo e ultimo giardino all’italiana, di pertinenza diretta del castello, quasi come un hortus conclusus: un giardino piccolo, intimo, protetto, con una fontana centrale abitata da naiadi avviluppate a delfini, rappresentati come mostri dentati, in accordo con l’immaginario antico.

In autunno l’edera che abita la facciata della villa esplode in tutta la forza del suo rosso incendiato, che si arrampica verso le finestre del primo piano, come un voyeur curioso che getta l’occhio nelle case altrui sperando di carpire qualche pruriginoso segreto.

E, parlando di segreti, una delle notizie che la villa rivela all’osservatore attento è il dualismo della sua età, che si riflette inevitabilmente nelle sue forme. Il nucleo originario di Palazzo d’Ayala risale al Medioevo e si deve al marchese Gozzolino Valva, capostipite della famiglia legata al territorio per quasi nove secoli, cui un’iscrizione dedicatoria sull’architrave di una porta della villa fa riferimento alla data del 1108. Era prassi, tra i reggenti normanni, beneficiare i condottieri che si erano dimostrati più fedeli con la concessione di nuovi possedimenti nei territori conquistati; questa politica serviva anche al progetto di costruire una nuova rete di contee, cioè nuovi presidi fedeli al potere normanno, nell’ambito della riorganizzazione feudale del Meridione sottratto ai Longobardi.

A testimonianza della gloria di quel periodo resta oggi soltanto la cosiddetta “Torre Normanna”. L’altra parte del fabbricato, che rappresenta la seconda età della villa, fu realizzata per lo più nel XVIII secolo, per volontà del marchese Giuseppe Maria — commissario per Ferdinando IV di Borbone, cavaliere di Malta e Intendente Generale delle strade del Regno — che rese possibili i collegamenti tra l’entroterra e la costa tirrenica facendo realizzare la la “Via del Grano”, la strada per trasportare a Napoli i cereali prodotti in Basilicata. A lui si deve la trasformazione della tenuta da piccolo feudo medievale a “villa delle delizie”, ovvero luogo ameno di villeggiatura dove i nobili potevano perdersi tra piaceri e passatempi.

Ma torniamo al giardino della villa. Mettendosi al suo centro e guardandosi intorno, lo sguardo viene abbracciato dalla corona vegetale degli alberi dell’Appennino, che conchiude e protegge la villa dagli sguardi indiscreti.

La scelta di questi luoghi di fondazione non fu motivata solo da esigenze di privacy. Il Monte Marzano, che ospita il parco, fu scelto anche per la copiosità di acqua: è attingendo alle sue sorgenti, infatti, che venivano convogliate le acque per alimentare le fontane e i percorsi acquatici della villa, attraverso un articolato sistema di cunicoli, grotte e canali, alcuni di origine antichissima (forse perfino romana), molti dei quali sopravvissuti e visitabili ancora oggi. Il volto ipogeo di Villa d’Ayala si nasconde sotto il bosco ceduo di lecci e castagni e si mostra a quei visitatori che non temono di scoprire il mondo olimpico celato nel sottosuolo.

Particolare di una delle grotte

L’interno della residenza non è accogliente come il suo parco: l’incuria e il tempo hanno lasciato ben poco della ricchezza che nei secoli d’oro doveva aver abitato tra queste pareti. Ogni bene mobile è stato rimosso: centinaia di pezzi tra arredi, dipinti, sculture, mobilia, suppellettili, decorazioni varie, molte armi bianche e maschere per la scherma e fucili.

Restano oggi, oltre a pavimenti e soffitti, i nomi femminili incisi sugli architravi delle porte delle camere — ad indicare le antiche occupanti — qualche affresco sopravvissuto che fa capolino qua e là, carta da parati consunta e le due statue di Gozzolino e del suo successore Gradalone, con la cotta in ferro dei cavalieri normanni e la mano sull’elsa della spada, posti a presidio della scala d’ingresso al piano nobile, quasi a difesa della magione; proprio davanti a un affresco di San Giorgio con il drago, a sottolineare, emblematicamente, la loro identità di cavalieri medievali prodi, temerari e, soprattutto, cristianissimi.

La presenza della famiglia D’Ayala-Valva è attestata nella villa fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando l’ultimo esponente, Giuseppe, muore senza eredi, decidendo di trasferire proprietà e diritti al Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta, del quale anch’egli faceva parte.

Un epilogo che definisce simbolicamente una storia, quella della villa, nata da un cavaliere normanno, Gozzolino, e conclusasi con un altro cavaliere, Giuseppe; come se il destino di questo luogo fosse legato a una cultura gotico-cortese fondata sui valori di un’aristocrazia antica e un po’ demodé. E in effetti, dopo la visita, la sensazione che rimane addosso è quella di un luogo nato per essere e restare fuori dal tempo. Ed è forse qui che risiede il suo fascino più profondo: Villa d’Ayala è un luogo senza velleità di perfezione né di adattamento, attraversato da una bellezza insolita e imperfetta, che non cerca compimento ma permanenza.

Fuori dai suoi cancelli il mondo muta e si rinnova; Villa d’Ayala, invece, resta dentro di sé, fedele a una propria misura, diversa da tutto ciò che la circonda e identica soltanto a se stessa.

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