I calchi dei cavalli di Civita Giuliana (Credit foto Parco Archeologico Pompei)
…Sappiamo, però dei calchi andati a buon fine. E ne abbiamo testimonianze straordinarie.
Una di queste è appunto quella recente dei cavalli e delle suppellettili della stalla, in cui gli equini alloggiavano, rinvenute in località Civita Giuliana, nel 2018, in seguito a una operazione di contrasto ai tombaroli, messa in campo dal Parco Archeologico di Pompei e dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata.
La villa, gli ambienti, che gli scavatori clandestini stavano saccheggiando, era stata ritrovata agli inizi del 1900, scavata parzialmente, privata delle decorazioni parietali e delle suppellettili rinvenute all’epoca ed era stata, in seguito, reinterrata.
Gli scavi erano stati poi ripresi negli anni cinquanta e avevano toccato solo un paio di locali, dopodiché ancora una volta il complesso era stato ricoperto di terra.
Una manna, per i tombaroli, che così sapevano dove e come fare buchi. Cosa che appunto fecero scavando cunicoli e penetrando in più stanze della villa, dove si impossessarono certamente di pezzi di valore, di cui però non si conosce né la qualità né la quantità, visto che i reperti, come si può immaginare, presero il volo in direzione dei mercati internazionali d’opere d’arte trafugate.
E questo sino a quando, in due riprese, non vennero intercettati e denunciati, fermando così le loro predazioni.
Si decise perciò, tra i vertici del Parco archeologico pompeiano e la Procura, di dare inizio a scavi sistematici per delimitare l’area di insistenza della villa, detta “Imperiali” dal cognome del marito della proprietaria del terreno, un marchese, agli inizi del Novecento.

E quindi si iniziarono le indagini e si seguì il percorso tracciato dei tombaroli ma scavando finalmente con tecniche moderne, dall’alto in basso, e cercando di recuperare tutte quelle informazioni che potessero consentire di ricostruire il grande puzzle del mosaico di vita in una cittadina romana, e dintorni, del I secolo dopo Cristo: Pompei.
Si cominciò, dunque, con un … buco, ancora una volta. E si scavò. E si trovò.
Nel giro di alcuni mesi, a cinque metri di profondità, vennero individuati dei settori dello scavo che, a dire degli archeologi, avrebbero potuto consentire di ottenere calchi straordinariamente importanti perché tutto lasciava presagire che il banco di cenere custodiva resti di animali e non di umani.
E così, con la tecnica inventata dal Fiorelli e con il gesso della scagliola, venne fuori l’impronta tridimensionale di un primo cavallo. E, a strettissimo giro, anche quella di un secondo.

Purosangue, secondo gli archeologi, che il proprietario della villa, certamente un personaggio di altissimo rango, forse un magistrato romano, aveva nelle sue disponibilità.
Epperò, la cosa non fini lì perché qualche settimana appresso, dal banco di cinerite compatta, spuntarono le ossa di un terzo cavallo, del quale non si poté ricavare l’impronta perché l’ambiente/stalla in cui era avvenuta la scoperta era stato sconvolto dalla costruzione del tunnel da parte dei tombaroli.
Uno dei due cavalli “calcati” era riverso sul fianco destro e aveva la testa ripiegata sulla zampa anteriore sinistra. L’animale era stato ucciso dai gas velenosi contenuti nelle nuvole gassose, quando era ancora legato alla mangiatoia, dalla quale non era riuscito a staccarsi, spezzando la fune che lo teneva legato, per scappare.
L’altro cavallo, invece, era disteso sul fianco sinistro e conservava ancora, sotto la mandibola, il morso di ferro.

Della mangiatoia, di quanto ne rimaneva, si è invece riusciti a ricavare un’ottima impronta.
Ovviamente, il rinvenimento e la possibilità di ricavare calchi di due “purosangue”, come li hanno definiti gli studiosi, è certamente un fatto interessante che dimostra l’importanza di Pompei nel I secolo dopo Cristo e consente di avanzare ipotesi sul perché della loro presenza in una villa posta a nord della città, poco fuori le sue mura.
Questo ragionamento ci porta al terzo cavallo rinvenuto e che al momento dello scavo presentava sullo scheletro i resti di una ricca bardatura militare. Finimenti che lo coprivano al momento dell’eruzione e che dunque fanno pensare a un tentativo del proprietario della cavalcatura di allontanarsi dall’area. Tentativo non andato, sfortunatamente per lui, a buon fine.
Della bardatura si sono salvati cinque reperti di bronzo, mentre sulle costole della gabbia toracica del cavallo c’erano elementi di legno di conifera (tipo pino) rivestiti da una lamina di bronzo a forma di falce di luna.





