A Pompei tutto comincia sempre con un buco. Certo, proprio con un buco. O pertugio, che dir si voglia.
Che poi questo buco si trasformi, si ingrandisca e si allarghi diventando cavità, scenda per diversi metri sottoterra, e che anche vi “cammini”, sotto forma di cunicolo, nulla toglie alla sua caratteristica: pur sempre di un buco si tratta.
E dunque, così come riporta l’archeologo Giuseppe Fiorelli nel primo dei tre volumi della sua POMPEIANARUM ANTIQUITATUM HISTORIA, ovvero “La storia delle antichità pompeiane”, e quindi di Pompei, cominciò per mezzo di un “buco/pozzo” nel marzo del 1748, il giorno 23, un sabato.
Così come era successo anche per il rinvenimento dell’antica Ercolano, avvenuto in seguito allo scavo di un pozzo, dieci anni prima, nel 1738, da parte di un contadino, tale Enzechetta, che aveva portato dritto dritto ai resti del Teatro dell’antica città vesuviana.
Qualche giorno prima del 23 marzo 1748, Rocco Gioacchino de Alcubierre, ingegnere spagnolo al servizio dei Borbone, aveva ricevuto notizia dall’intendente Don Juan Bernardo Boschi, il quale stava indagando sul percorso del fiumiciattolo che portava acqua al polverificio di Torre Annunziata, che in località “Civita” (all’epoca territorio di Boscoreale ma oggi di Pompei), distante circa 2 km da Torre Annunziata, “erano state rinvenute alcune statue e altri resti dell’antica città di Stabia”.
Ovviamente si trattava di un errore, come ben si comprese solo pochi mesi dopo perché quei resti antichi non erano di Stabia ma di Pompei.
L’Alcubierre, già impegnato a scavare a Ercolano, chiese, pertanto, e ricevette dai Borbone, il permesso di indagare e così “en la cava que se ha empezado a Torre Annunciata – si riportò nel brogliaccio dei lavori, il sei di aprile – lo primero que se ha descubierto ha sido un pintura 11 palmos larga por 4 y ½ alta” ovvero “nella cava che s’è iniziata a Torre Annunziata (sic!) la prima cosa che si è scoperta è stata una pittura larga 11 palmi per 4 e mezzo alta”.
Dunque, davvero tutto cominciò con un buco.
E per mezzo di un buco, qualche anno fa, nella stessa area del 1748: Civita Giuliana (toponimo che rimanda alla gens Iulia), è capitato che si sono potuti ricavare dei calchi più unici che rari: quelli di due cavalli, oltre a quelli di alcuni materiali rinvenuti in quell’area che si suppone fosse la stalla di una villa, seppellita dal Vesuvio nel 79 dopo Cristo, e altri locali.
Ma, andiamo per ordine. E precisiamo subito che a Pompei, o nel suo immediato antico suburbio, ovvero nelle ville rustiche di Boscoreale, sino ad oggi si erano ritrovati certamente i resti di animali da cortile ma che solo in alcuni casi si era potuto procedere per il calco, ovvero a ricavarne l’impronta tridimensionale.
E così erano stati fatti calchi di cani, ancora alla catena, e di un maialino, colando gesso liquido nelle cavità lasciate nel banco, fatto di ceneri e lapilli finissimi, nel quale avevano trovato la morte per mezzo dei gas, bollenti e velenosi, espulsi dal Vesuvio appunto tra il 24 e il 25 agosto del 79 dopo Cristo.
Il calco del maialino, con un osso del cosciotto ancora ben visibile, si trova attualmente esposto in una delle sale dell’Antiquarium per l’Uomo e l’Ambiente del territorio vesuviano, contenitore d’antichità situato nella periferia sud di Boscoreale, a meno di cinquecento metri dalla Villa dei Misteri e raggiungibile da quest’ultima per mezzo di una bella “passeggiata archeologica”.

L’impronta del maialino venne ricavata durante lo scavo della fattoria romana, risalente al I secolo dopo Cristo, situata proprio accanto all’Antiquarium, dieci metri più in basso però, a testimonianza di quante migliaia di tonnellate di ceneri e lapilli vennero espulsi nel corso dell’eruzione e fecero innalzare il livello di frequentazione antico anche di dieci metri, diventando il piano di campagna attuale.
Il calco del cane, con ancora il collare, e qualche anello di catena, proviene, invece, dalla casa pompeiana di Marco Vesonio Primo.

E, anche qua, per i calchi, dunque, come si è detto sin dall’inizio è stata tutta una questione di buco. Ovvero del foro, o dei fori, attraverso il quale, secondo il metodo ideato dal Fiorelli, la scagliola, soluzione fatta di gesso fine e acqua, si faceva colare nello spazio lasciato dal corpo, degradato nel corso dei secoli. Dal vuoto, il pieno; dal pieno la ricostruzione e la conoscenza.
E questo perché se chi scavava non era abbastanza esperto da capire che si trovava in presenza di un vuoto, e che si doveva fermare, o che il terreno in oggetto non era abbastanza compatto e resistente e in grado di non crollare per i fori attraverso i quali si versava la scagliola, tutto andava a carte e quarantotto e addio calco.
Quante impronte, e dunque quante storie di vita e di morte, per questi motivi, non sono mai nate, lo sapremo difficilmente.
(continua…)




