Il sogno di un re fatto di natura, rifugio, ingegno.

Il viale di pini antichi, maestosi e trionfanti, conduce all’ingresso, dove il portale si apre in un arco d’entrata che ci immette direttamente nel cortile principale: un quadriportico a due piani racchiuso da quattro torrette ottagonali. Due di esse, originariamente, conducevano agli alloggi della servitù, nel sottotetto, oggi non più esistente. Una fonte storica riporta: “In mezzo al bosco è questa reale casa edificata dal re di pianta a guisa d’un convento di frati”; definizione, questa, che bene sintetizza tre caratteristiche fondanti del palazzo di caccia, che si erge nascosto alla vista, nel folto della boscaglia persanese: l’isolamento, la sobrietà e la simmetria.

La scala a chiocciola all’interno di una delle torri ottagonali

Il cortile è punto di fuoco e forza dell’edificio: luminoso, elegante, di sapore rinascimentale. La tipica bicromia borbonica bianco-gialla non fa altro che accentuare la pulizia delle linee delle quattro facciate, che si rincorrono lungo il perimetro interno del cortile, guidando l’occhio dell’osservatore a spaziare tutt’intorno. “Palazzo della Real Caccia”: era questa la destinazione d’uso del sito. Il che significa che la costruzione fu realizzata per soddisfare principalmente le esigenze venatorie di re Carlo III di Borbone.

La famiglia reale, le donne in special modo, non si recavano qui con gioia. Un po’ perché la stagione di caccia era in inverno e quindi lasciare l’aria mite e le vetrine variopinte di Napoli per il freddo umido dell’entroterra non era l’ideale; un po’ perché la zona, attraversata da due fiumi, il Sele e il Calore, era soggetta alla malaria. Lo stesso Vanvitelli, che partecipò al progetto costruttivo, temeva la malattia e non restava mai sul posto più dello stretto necessario.

Originariamente, il sito era di proprietà della famiglia De Rossi, conti di Caiazza e proprietari del feudo di Serre, che ospitavano il re in occasione dei suoi passaggi sul territorio. Innamoratosi del luogo, Carlo tentò più volte le trattative di compravendita, alloggiando sul posto dapprima come affittuario dei conti e poi come proprietario, quando riuscì ad ottenere il terreno in cambio dei possedimenti di Casal di Principe. I lavori per la costruzione della grande tenuta iniziarono ancora prima che la permuta fosse perfezionata.

Il progetto iniziale, affidato all’architetto militare Juan Domingo Piana, in corso d’opera nel 1752, presentò da subito difficoltà di realizzazione, che si palesarono in cedimenti strutturali, i quali portarono il re alla decisione di coinvolgere Luigi Vanvitelli nella progettazione dell’edificio. L’architetto reale si recò a Persano nella primavera del 1753, constatando una serie di errori strutturali e tecnici nella gestione del progetto, che ritenne di risolvere con una serie di interventi. Per scongiurare nuovi crolli e cedimenti, inserì catene di ferro nelle arcate del portico; fece poi chiudere il porticato del piano superiore, con una soluzione simile a quella utilizzata negli stessi anni per il Palazzo Reale di Napoli, afflitto da problematiche analoghe, e realizzò un nuovo corpo di fabbrica, posteriore e adiacente alla struttura centrale, per sostenere il peso del palazzo e prevenire futuri scivolamenti a causa del terreno naturalmente cedevole.

La tenuta di Persano è immensa: sedici chilometri quadrati; se ne prende contezza quando, dai margini del suo perimetro, si attraversa la lunga strada che conduce al palazzo in fondo al parco: circa otto minuti di automobile per percorrerla tutta. Il sito doveva ospitare, nei periodi di massima attività, intorno alle 1500 persone, tra membri della corte, personale di guardia, lavoratori e maestranze diverse. Era un progetto che riproponeva il modello delle colonie-satellite delle residenze borboniche del Regno: strutture sparse sul territorio che servivano a ridistribuire la ricchezza delle casse reali nel territorio di tutto il Regno.

La tenuta di Persano era un piccolo paese autonomo: al pian terreno erano gli uffici, i servizi, gli alloggi per le guardie, le due cucine: quella di Stato e quella per gli amministratori — che non si chiamava “cucina”, ma “officina per uso di bocca” —; nel piano nobile alloggiava la famiglia reale; sul tetto, come da consuetudine antica, abitava la servitù. Intorno al corpo principale, Carlo III aveva fatto costruire piccole case da destinare ai lavoratori della tenuta, secondo un modello che verrà riproposto anche in altri siti reali, come San Leucio.

Il corridoio del primo piano

Alla cima dello scalone d’ingresso, riproduzione in scala ridotta di quello casertano, ci accoglie la figura marmorea di una cagna: si tratta, secondo la tradizione, di Diana, il molosso attribuito a Ferdinando IV, che controllava con occhi di rubino i passi di ogni visitatore che varcasse l’ingresso del palazzo. Quei rubini sono stati rubati, come la maggior parte degli arredi mobili e delle suppellettili, ma la fierezza nello sguardo di questo animale amatissimo resta inalterata.

La statua del cane Diana, sullo scalone d’ingresso

Gli ambienti del piano nobile sono ridotti in dimensioni, sobri e inondati dalla luce delle finestre perimetrali che spaziano sul pianoro intorno alla tenuta, che si trova sulla cima di una piccola collina. Nulla resta della decorazione murale originale, eccetto alcuni stucchi in qualche stanza, nell’ingresso e nella cappella, di scuola napoletana, ascrivibili ad allievi di Domenico Vaccaro. Gli arredi hanno subito la predazione delle spoliazioni napoleoniche, per cui, a Persano, rispetto ad altre strutture reali, è più difficile intuire la ricchezza delle origini.

Complice anche il fatto che oggi il palazzo è una struttura statale ad uso militare. Lo era stata anche in passato, quando era servita da base all’esercito italiano e poi ai tedeschi nel corso della Seconda guerra mondiale. I segni di quel passaggio sono ancora visibili sul lastricato del portico nel cortile, dove, qua e là, macchie scure smorzano il candore della pietra chiara: sono segni dei roghi che i soldati tedeschi accesero per bruciare documenti compromettenti, alla vigilia dello sbarco.

Oggi, nella struttura ha sede il Reggimento Logistico “Garibaldi”; infatti, il tricolore che illumina la facciata nelle ore notturne ce lo ricorda. E questa destinazione d’uso è forse un bene, perché i militari si prendono cura della struttura con responsabilità e rispetto, anche attraverso progetti di conservazione e restauro realizzati di concerto con le università e gli enti preposti del Ministero.

Occorre infine fare menzione di un altro uso cui veniva destinato il sito reale, ovvero quello di allevamento di una razza equina molto particolare. Carlo sognava per il Regno di Napoli una cavalleria leggendaria, capace di unire l’eleganza delle sfilate di corte alla forza nei campi di battaglia. E le fitte foreste e le pianure selvagge vicino al fiume Sele furono il palcoscenico ideale sul quale realizzare questa visione.

Nel sito persanese, il re compì un capolavoro di genetica: fece incrociare stalloni orientali, ricevuti in dono dal Sultano di Costantinopoli, con le migliori giumente locali e i nobili destrieri spagnoli. Nacque così il cavallo Persano, un animale fiero e forte, dal mantello lucente e dal coraggio incrollabile, destinato a diventare l’orgoglio della dinastia borbonica per generazioni. Un secolo dopo, con il crollo del Regno e l’Unità d’Italia, i cavalli furono venduti e dispersi, e la razza sfiorò l’estinzione, sopravvivendo solo grazie all’uso militare e al sacrificio dei cavalieri nei conflitti mondiali.

Oggi, mentre l’antico sito borbonico è diventato un’oasi protetta che custodisce la memoria di quei fasti e della sua lunga storia, il cavallo Persano sopravvive grazie all’impegno di allevatori e appassionati che ne preservano la linea genetica e il valore simbolico. A testimonianza concreta di un progetto politico e culturale che mirava a creare, attraverso la natura addomesticata unita all’ingegno umano, un patrimonio di bellezza e fierezza destinato a durare nel tempo.

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