Dal Menandro ai Vettii, la silenziosa presenza degli schiavi

Se il quartiere servile della casa del Menandro era anche un quartiere rustico, nella casa dei Vetti abbiamo il tipico esempio di un quartiere servile di una casa di città. Appena entrati nella domus, si piega a destra e ci si trova in un piccolo atrio dinanzi al larario servile meglio conservato di Pompei, splendente nella sua attenta stuccatura dopo l’ultimo restauro. Nella fascia bassa un sinuoso serpente “agatodemone”, presenza immateriale positiva, s’inarca sinuoso verso un uovo; nella fascia superiore, sotto un’edicola a tempio, c’è al centro il Genius del capo famiglia tra due leggiadri Lari danzanti. Il culto del genio del capofamiglia era fondamentale per gli schiavi, che nella famiglia si identificavano. Qualunque fosse il culto personale di ciascuno, la lealtà ai riti della famiglia era un dovere primario.

Sull’atriolo si aprono nude stanze, forse depositi. La robusta e ben conservata scala in muratura conduce al secondo piano di cui si sono ben individuati i volumi, evidenziati da strutture metalliche. Sopra quindi c’erano i cubicula degli schiavi, ammassati in un numero che per noi resta sempre inafferrabile.
Si accede poi al grande focolare, una volta ricoperto di treppiedi e pentolame vario lasciato sul posto, affiancato da una latrina. La cucina apparteneva interamente ed esclusivamente al mondo degli schiavi, era inglobata nel loro mondo. Accanto, il famoso angusto cubicolo con quadri erotici delineati con mano rapida, al centro di tre pareti, “il cubicolo del cuoco” nell’aneddotica pompeiana, o il luogo dove riceveva i suoi clienti quella schiava, forse di casa, identificata in quel nome graffito sullo stucco bianco della parete sinistra del vestibolo, “Eutychis moribus bellis II assibus”, Eutiche dai bei modi per due assi.

Tutte costruzioni ipotetiche chiaramente, ma tramandate e ripetute con più o meno stanca convinzione in opere di diversa consistenza: “qui doveva ricevere la schiava Euthychis, il cui nome e relativo costo (due assi) compare graffito su una parte d’ingresso della casa”. Si legge in “Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae” di F. Pesando e M. P. Guidobaldi.

Potrebbe risultare più significativo un graffito cancellato dell’atrio servile, “Eros cinaedae”. Eros è tipico nome servile allusivo a schiavi adibiti a soddisfare i bisogni sessuali della casa e questo Eros passivo riemerge forse tra i tanti che si avvicendavano in questo luogo spoglio e del tutto separato dal resto della casa. A voler indicare una suggestione, tutto sommato non meno plausibile delle altre, si potrebbe pensare a questa stanzetta come a una stanza dell’eros servile, inserita in una ben precisa topografia che ben rendeva la gerarchia dei ruoli, immutabile se non per il favore, più o meno occasionale del padrone.

Nelle case di Pompei possiamo ben leggere, nella stessa organizzazione degli spazi, la condizione servile nella società romana. La testimonianza è tanto più significativa perché spesso non si tratta di residenze particolarmente sontuose, ma di case un ceto medio agiato, talvolta di origine libertina, e quindi gli appartenenti alla familia degli schiavi si contano nell’ambito delle decine. Ma, siano i proprietari aristocratici di lunga data o nuovi ricchi, siano gli schiavi della casa dieci o cinquanta, le stimmate della condizione sono sempre quelli.

Culti della famiglia e della casa/lavoro/sesso: l’identità dello schiavo sembra racchiusa in questi tre ambiti. Le pareti spoglie ci restituiscono le parvenze di queste controfigure ovunque presenti, ovunque trasparenti, il cui compito era essere dovunque senza mai assumere consistenza.
Questi erano i loro spazi, base per il sonno e il cibo, di qui si diramavano dovunque e qui tornavano nei momenti nei quali la separazione tra i due mondi doveva essere completa, per non dire ermetica.

Il nostro viaggio potrebbe avere altre tappe, come Villa dei Misteri, che presenta un quartiere servile ampio che soddisfa leesigenza di una servitù impiegata nei lavori domestici e in quelli agricoli, con la ricostruzione di un “torcularium”, un torchio per pigiare l’uva. Ma sarebbero solo variazioni sul tema. Le case di Pompei, prima del rinvenimento eccezionale della stanza di Civita Giuliana, ci presentano spazi e tracce di lavori. “Loro” sono apparsi per la prima volta in quelle tracce di letti e nel disordine da ripostiglio di quella stanza. Forse.

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