“Dobbiamo rassegnarci: l’interiorità di uno schiavo di Roma o di Antiochia…sono per noi altrettanto irraggiungibili, come la quasi totalità delle cose che riempivano la loro vita quotidiana; la selezione degli oggetti…non è stata meno drastica e meno “classista” rispetto a quella dei pensieri: entrambe cancellate dalla irrimediabile distruttività che la storia riserva alla memoria dei deboli.” (Aldo Schiavone, “La storia spezzata”, Laterza 1996)
La scoperta della “stanza degli schiavi” nella villa di Civita Giuliana, fuori dell’area urbana di Pompei, ha richiamato l’attenzione sulla vita degli schiavi in quelle case e ville di cui ammiriamo principalmente gli affreschi, le opere d’arte, i peristili. È una piccola stanza con tre letti che sono poco più che brande su una base in muratura, insieme a recipienti di uso domestico, molte anfore, un timone da carro, resti di drappi che fungevano da sella, quasi un deposito abitato. La presenza di oggetti per carri e cavalli vicino alle stanze in cui sono stati rinvenuti l’ormai famoso carro cerimoniale e il cavallo di cui si è preso il calco, fa pensare che questo ambiente fosse la stanza degli schiavi stallieri, due adulti e un bambino. Niente di intimo, niente di personale, solo i segni del quotidiano lavoro.
Questa stanza mi ha indotto a ricordare che in effetti la presenza degli schiavi nelle più ampie domus pompeiane e nelle ville del suburbio l’abbiamo avuta sempre sotto i nostri occhi, girando per la città ed entrando nei quartieri servili delle case su cui spesso però non soffermiamo la nostra attenzione. Come i romani, per i quali le frotte di schiavi che circondavano continuamente gli uomini liberi e si occupavano di ogni lavoro domestico, erano così presenti ovunque che molti di oro, addetti ai servizi ordinari, risultavano parte della casa e la loro persona scoloriva sempre più.
Ho voluto rifare il giro di questi quartieri, spesso non accessibili al pubblico nell’odierno assetto degli scavi o visibili solo di scorcio e spesso ho dovuto rivolgermi alla memoria e ai libri. E dal mio girovagare e dalla biblioteca è nato questo nuovo incontro che si fa racconto. I quartieri servili erano concepiti e costruiti proprio per annullare la personalità dello schiavo o creare delle gerarchie dovute solo alla volontà assolutamente arbitraria del padrone.
In tutti questi quartieri colpisce la presenza o la vicinanza di un larario dove onorare i Geni, i Lari e i Penati della casa (particolarmente ben conservato nel suo stucco brillante quello nell’atrio servile della casa dei Vettii). La ragione è evidente e significativa: queste divinità sono la personificazione della casa, della presenza divina che protegge il dominus, il focolare, la dispensa e gli schiavi sono emanazione del padrone e della casa stessa. Plinio il Giovane che, pur conservando le intime angosce di un dominus nei confronti di questa massa familiare e nel contempo estranea che lo circondava, voleva apparire un padrone benevolo e giusto, si compiace di aver permesso ai propri schiavi di redigere sorta di testamenti (“quasi testamenta”) ai quali dà valore legale, solo però nell’ambito della casa perché “per gli schiavi la casa è in certo modo uno stato e quasi una città”. In questo stato gli dèi sono quelli della casa, come per il cittadino sono d’obbligo il culto degli dèi civici o il culto imperiale. Poi si possono frequentare anche altri culti che non sostituiscono quello ufficiale, possono solo affiancarlo.
I quartieri servili si articolano in corridoi rozzamente intonacati a tinte uniche, al massimo con qualche striatura di bianco, sui quali si aprono strette camere che possono essere depositi o stanze per dormire e continuano al secondo piano, che spesso si identifica dalla presenza di una scala. Stanze per dormire, non “cubicula”, perché niente sembra ricordare l’intimità di una camera da letto. In queste stanze, di schiavi potevano essercene da tre a cinque, tenendo anche conto della presenza di bambini. Il numero di schiavi presenti in una domus rappresenta anche la variabile indipendente per tentare di calcolare la popolazione della città. Quanti schiavi un padrone poteva ammassare nei quartieri servili?

Particolare appare l’ampio quartiere servile della casa del Menandro, perché ha in parte l’aspetto di un quartiere rustico, con cortile e rimessa per un carro da lavoro, cane da guardia, stalla, vasto assortimento di anfore, utensili e vasellame domestico di vario tipo. Oltrepassato il lungo corridoio che affaccia sul cortile, con stanze adibite probabilmente a depositi, su un altro corridoio si aprono le stanze degli schiavi, forse solo di quelli impegnati in lavori pesanti. Gli schiavi domestici probabilmente dormivano nel quartiere superiore al quale si accedeva da una scala immediatamente a destra nell’atrio.
Mi sono fermato a scattare foto di stanze squarciate e anonime per ricordarmi che qualcuno le ha abitate e che comunque anche quelle persone hanno diritto a una storia. Quel secondo corridoio sul quale si aprono sbocca in un piccolo quartiere con atrio, larario, impluvio semplice in cocciopesto, un tavolino con piedi finemente modellati nella parte superiore a testa di menade, un cubicolo nel quale fu rinvenuto un sigillo appartenente presumibilmente allo schiavo o liberto intendente, Quinto Poppeo Erote: aveva assunto come gentilizio quello del padrone e come cognomen il suo nome da schiavo, Eros, tipico nome servile. La sua stanza conteneva un letto di buona fattura e vasellame di bronzo. Oggi si presenta ingombra di suppellettili non tutte pertinenti al contesto di scavo originario. Chiusi al pubblico altri locali di lavoro e la cucina. La casa è situata quasi all’estremo sud della città, probabile che ci fossero fondi di famiglia non lontani, da qui il carattere della casa, tra signorile dimora urbana e base per il lavoro in campagna.

Ma se pur ne vediamo utensili e ne immaginiamo il lavoro, “loro” non ci sono, semplicemente si perdono nelle loro occupazioni. Più volte, tra gruppi di scheletri o calchi, si è ipotizzata la loro presenza, a reggere torce o a custodire sacchetti di monete, o a sorreggere i padroni: tutte situazioni verosimili, nessuna certa. Dai loro quartieri, con i loro odori di cucina o di stalla, di terra di giardini e sudore, si diramavano ripuliti in tutta la casa, non solo per accudire, pulire, servire, accompagnare, ma anche, semplicemente, per esserci.
“Gli schiavi non popolano soltanto la casa come uno sciame laborioso che cucina, lava, porta le lettere e le torce; sempre presenti ed invisibili a forza di essere presenti, costruiscono attorno ai romani un entourage affettivo, una presenza umana continua che è loro indispensabile. Un sentimento particolare che non è amicizia né amore, ma una specie di compassione riconoscente lega i gli uomini liberi agli schiavi” (Florence Dupont, “La vita quotidiana nella Roma repubblicana”, Laterza 1990).
È strano per noi immaginare l’esistenza di questi uomini non uomini che dovevano dare, per statuto della loro condizione, amore, fedeltà, lealtà ai loro padroni e per questo non erano veri uomini.
Forse un giorno continuando a vedere dove vivevano, cosa facevano, riusciremo anche a sentire, con accettabile approssimazione e senza la retorica dei padroni, cosa provavano. Magari un giorno in un romanzo lo schiavo non ucciderà Caio Gracco per essere pienamente se stesso. Nella varietà delle situazioni umane, ce ne saranno stati, certo, di simili.







