A spasso per le vie di Pompei fra archeologia, romanzo e tanta bellezza
Habent sua fata libelli! Così è per i monumenti.
Quella che una volta fu la più celebre casa di Pompei, la Casa del Poeta Tragico, oggi è notevole solo per la sua architettura. Bisogna andare a Napoli, al Museo, a vederne i dignitosi affreschi, allora staccati, e cercare di ricollocarli con la mente nelle sale spoglie, per farsi un’idea della raccolta eleganza di questa domus.
Fu scavata tra il 1824 e il 1825 ed Edward Bulwer-Lytton, prolifico scrittore inglese, la scelse come casa del suo avvenente protagonista ateniese Glauco, consacrandone la fama. Il romanzo, del 1834, “The last days of Pompeii”, si situa a pieno diritto nel filone del romanzo storico, dopo “Ivanhoe” e “I Promessi Sposi”, con la novità dell’ambientazione romana. Retorico nei dialoghi, prolisso nelle descrizioni, sentimentale, torrenziale, con l’immancabile contrapposizione tra il tenebroso culto pagano di Iside e il solare cristianesimo, il romanzo, pur nella sua pletorica struttura e con l’esibita erudizione che rende spesso il narratore guida turistica della città, merita considerazione. Segnò infatti un’epoca e un gusto in tutta Europa e diede inizio ai tentativi di dare anima narrativa, non solo nei poemi e nelle tragedie, a un mondo che cominciava ad essere conosciuto anche nei suoi aspetti di vita materiale.
“Casa del poeta tragico” fu detta, per quell’èmblema musivo pavimentale raffigurante la preparazione di un dramma, forse satiresco: opera molto fine soprattutto nei particolari, oggi a Napoli come il meglio degli affreschi.

Una vera galleria di affreschi decorava atrio, tablino, peristilio, oecus. Si cominciava dall’atrio con Briseide che sta per lasciare la tenda di Achille, la partenza di Criseide liberata da Agamennone, e una solenne hierogamia, presumibilmente tra Zeus ed Hera. Si proseguiva nel tablino con la rappresentazione di Alcesti e Admeto e si arrivava al peristilio dov’era raffigurato il sacrificio di Ifigenia.

Sul posto resta, in una sala di soggiorno, un affresco che rappresenta Arianna abbandonata da Teseo, una di quelle storie mitiche sentimentali e tragiche che molto si amava rappresentare. Tra questi affreschi emerge, a mio parere, la consegna di Briseide, con Patroclo di spalle che separa Briseide da un Achille regalmente seduto, con un espressivo guizzo di furore nello sguardo.

La scelta di questa casa da parte di Bulwer-Lytton come dimora del suo protagonista è significativa. La scoperta di una città romana di provincia con mercanti, liberti e volgarità non assecondava l’ellenismo pur sempre imperante. Dunque un protagonista ateniese giovane, benestante e colto, ricco e dai lineamenti di classica purezza (scelta che Maiuri, innamorato dei suoi borghigiani pompeiani, non perdonava all’autore) che abitava in una casa raccolta, senza sfarzo privo di gusto, con una significativa scelta di miti greci alle pareti, sembrava la scelta ottimale. La Grecia appariva ancora essenziale per nobilitare i rustici romani, specie se di provincia.
Questo che abbiamo visto è anche un esempio di come si possa conoscere Pompei oggi: Pompei si riesce a “vederla intera” con molta pazienza, scorrazzando in lungo e in largo man mano che diventa più accessibile e facendo la spola con il Museo con un taccuino a portata di mano, ma anche con ampie letture di monografie e memorie accademiche, consultando vecchie guide, cataloghi, raccolte di stampe, disegni, acquerelli, con intuito e visione d’insieme. Si parte con l’idea di conoscere Pompei “com’era” e si scopre poi come si è evoluta nel corso del tempo la nostra percezione dell’antico, come, da quel fatidico 1748, data d’inizio degli scavi regolari, ogni periodo storico e artistico abbia avuto la “sua” Pompei.







