Una grande domus o una domus grande?

Ci puoi entrare dal piazzale dell’Anfiteatro, e ti trovi in un vasto parco da percorrere per raggiungere il quartiere abitativo. O da Via dell’Abbondanza, e ti ritrovi davanti al calco di imponenti porte con le loro borchie di bronzo. È la casa di Decimus Octavius Quartio, questo sarebbe il nome del proprietario identificato grazie al rinvenimento di un sigillo. È una di quelle case per le quali Vittorio Spinazzola abbandonò lo “scavo di facciata” di Via dell’Abbondanza e si inoltrò, dal 1916, nell’insula.

Entrare in questa casa, osservarne sale e decorazioni, soffermarsi nel vasto giardino, vuol dire incontrare un particolare gusto dell’abitare in una città di provincia. Non è più solo archeologia, ma antropologia storica. Se entriamo dalla porta ci troviamo dinanzi ai resti di una severa casa ad atrio, il cui impianto può risalire alla tarda Pompei sannitica (II sec. a. C). Ma successivamente, sino ai decenni precedenti l’eruzione, l’impianto della casa è stato totalmente stravolto e il quartiere dell’atrio risulta ora assolutamente sproporzionato rispetto a quello del peristilio.

Ma nemmeno di peristilio si può più a rigore parlare, perché in effetti i due corpi sono connessi da un camminamento su un canale trasversale, euripo, che si incrocia con un altro euripo longitudinale che attraverso tutto il lungo parco: qui l’architettura cede il posto alla natura. Ai fianchi del lungo euripo, con i suoi tempietti e le sue cascatelle ci sono solo piante e alberi. Un ampio triclinio, cui si accede dal passaggio del primo euripo, presenta una mutila decorazione con scene troiane che si elevano da uno zoccolo di finto marmo, di livello nettamente superiore a quelle del banco triclinare sull’euripo, che presenta raffigurazioni piuttosto goffe dei più patetici miti ovidiani, Narciso alla fonte, Piramo e Tisbe, Diana al bagno e Atteone sbranato dai cani. Un ambiente con decorazioni isiache, per il quale si è pensato proprio a un sacello iliaco, anche per le sculture in tema e i sistri trovati nella casa, completa il quadro di un edifico composito al quale l’ultimo proprietario intese dare e stava ancora per dare una fisionomia tutta particolare.

Se il proprietario della casa del Fauno, di antica agiatezza e forse nobiltà, poteva permettersi una vera sfarzosa villa di città, con pregevoli imitazioni di capolavori ellenistici, in questo caso il discorso è un po’ diverso. Tutti gli elementi delle grandi ville nobiliari che sfruttavano paesaggi e panorami. vi sono rappresentati, ma in forma, si potrebbe dire, antologica, e in miniatura. Sembra che il proprietario disponesse solo di un ampio appezzamento di terreno nel quale ha voluto inscenare il suo “sogno di una villa”.

“Nella terrazza sul giardino della nostra casa – ha osservato P. Zanker, che di questo tipo di letture è un maestro – questi elementi desunti dalle ville, rimpiccioliti, sono talmente incastrati l’uno nell’altro, che, per esempio, sotto la pergola non si può passeggiare l’uno accanto all’altro, camminando si rischia in ogni momento di inciampare in fontane a getto, ponticelli e statuette nell’erba e si è ostacolati da pilastri e sostegni. L’architettura ha in parte perduto la sua funzione originaria”.

Non esalta gli spazi ma finisce col sottolinearne l’angustia. Le vaste peschiere destinate a rifornire le mense aristocratiche di pesci pregiati rivivono nelle vasche che formano l’euripo longitudinale: uno stridente contrasto tra modello irrinunciabile e senso pratico determina la costruzione, ambiente per ambiente, statua per statua, di questa villa.

A Roma, dal III sec. in poi le folle vedevano nei trionfi e negli edifici pubblici le meraviglie artistiche che provenivano dall’Oriente greco e dai quadri sbarcati a Roma intravedevano il fasto di quelle residenze. I grandi aristocratici della nobilitas per le loro ville exstruebant mare e coaequabant montes, costruivano sul mare e appianavano, come fa dire Sallustio a Catilina in un discorso ai suoi seguaci.

Adesso è un’altra fase: anche nelle piccole città di provincia il notabile municipale, decurione o  duoviro, il liberto arricchito con i commerci o gestendo le attività del padrone, potevano costruirsi, grazie a un fiorente artigianato seriale anche molto accessibile, una Grecia di risulta, una sorta di parco giochi a tema.

Non ci si poteva forse muovere troppo nella villa di Quartio nelle sere di ricevimento e magari ci si rifugiava a chiacchierare nel parco, ma lo stile di vita richiamato era molto più importante di quello che si poteva effettivamente praticare. Un soffio del fascino di una Grecia forse non più conosciuta ma che alitava potente dalle vere sontuose ville sui litorali e nelle campagne, arrivava sin qui.

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