Un’avvincente saga familiare a cavallo di due secoli

Confesso che Nannina Munzurrò mi ha chiamata ancora prima di aprire il libro. È stato il titolo, con quella musicalità antica e familiare insieme, a evocare un altro nome nella mia mente: Maruzza Musumeci, di Andrea Camilleri. Un déjà-vu fonetico-letterario, prima ancora che narrativo.

Leggendo, poi, ho capito che il richiamo non era un caso. Come Maruzza Musumeci, anche Nannina Munzurrò attraversa il tempo lungo di una famiglia, ne segue le radici e le fratture, ne custodisce la memoria, filtrandola attraverso l’elemento magico e il radicamento al territorio. Entrambi i romanzi prendono il via nella seconda metà dell’Ottocento, ma qui la storia -la grande Storia- non resta sullo sfondo: entra nelle case, si siede a tavola, attraversa i corpi e le vite.

La caduta del Regno Borbonico e la Spagnola del 1918 si intrecciano a matrimoni e nascite nella famiglia Munzurrò; l’eruzione del Vesuvio del 1906, l’arrivo delle automobili e del telefono accompagnano le fortune e le difficoltà dell’impresa vitivinicola familiare, che trova il suo compimento nella vita di Nannina, la protagonista. Le vicende della giovane attraversano le due guerre mondiali e arrivano alla metà del Novecento, senza perdere mai la concretezza legata alla terra, al lavoro, al dovere e all’inesorabilità di andare avanti.

Ma il romanzo non è solo intreccio di eventi. È un libro che parla di identità, magia e ruralità. Racconta la Campania, e il vesuviano in particolare, come organismo vivo, viscerale, arcaico. Ne restituisce l’anima fatta di superstizione e fede, di riti pagani e devozione, di parole antiche e accadimenti carichi di presagi.

Le donne sono il filo invisibile che tiene insieme tutto. Mogli, madri, figlie, zingare: è il femminile, con i suoi atavici segreti e il suo sapere, a legare le vicende di tutti gli altri personaggi. La zingara Matalena ne è l’incarnazione più potente, sospesa tra benedizioni e jettature, come un arcangelo pagano onnisciente, che attraversa le vite altrui lasciando segni indelebili.

Anche la lingua partecipa alla magia del racconto. Il dialetto antico si mescola a un italiano coltissimo e raffinato, con qua e là suoni e onomatopee che rimandano ad echi atavici o futuristi, che rompono la linearità del racconto proprio come un incantesimo nel bel mezzo di una quotidianità ordinaria. È una lingua che è carne e pensiero insieme.

Nannina Munzurrò è un romanzo che si sente addosso. Commuove e poi sorprende, consola e inquieta, fa sorridere e invita a fermarsi. Sorprende soprattutto per la capacità dell’autore di unire narrazione teatrale e conoscenza profonda di cose, luoghi e persone. Ogni pagina trasmette capacità di visione e ascolto del mondo.

Se dovessi descriverlo con un’immagine, direi che è come un cibo nuovo: al primo boccone si resta in attesa, cercando di riconoscerne i sapori; poi lo si gusta lentamente, scoprendo retrogusti inattesi. È un libro da leggere almeno due volte: la prima per lasciarsi attraversare, la seconda per comprenderlo davvero e assaporarne ogni sfumatura. Alla fine, comunque, resta la certezza che Nannina Munzurrò è una saga che sa far vivere il passato, emozionare nel presente e lasciare una traccia duratura nella memoria del lettore.

 

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