Pubblicato un nuovo studio internazionale coordinato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn
NAPOLI – Il mare, quello di tutti e senza confini, non finisce mai di sorprendere con le sue meraviglie, specie se “nascoste”. Un nuovo studio internazionale a cura di un team internazionale di ricercatori, coordinato dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e pubblicato su “Biodiversity and Conservation”, ha individuato infatti una significativa, “strategica”, zona rifugio climatica nel Mediterraneo orientale, dove la biodiversità marina -scrive la SZN- può resistere agli effetti del riscaldamento globale.
Lungo 150 km della costa sud-occidentale di Cipro, un intenso fenomeno di upwelling (la risalita di acque profonde e più fredde), mantiene le temperature superficiali del mare fino a 2-3 °C, ovvero più basse rispetto alle aree circostanti (il resto del bacino di Levante), creando condizioni favorevoli per molte specie mediterranee, minacciate dal caldo estremo.
I dati raccolti direttamente sul campo dimostrano che questa zona ospita una biodiversità originaria, significativamente più ricca rispetto alle aree più calde del Mediterraneo orientale, oggi tra le più colpite dal collasso climatico degli ecosistemi marini, con impatti negativi anche su pesca, agricoltura e turismo, per cui proteggere queste aree significa tutelare e consolidare il futuro del Mediterraneo.

Un mare che è uno degli hotspot di biodiversità più importanti al mondo, oltre che uno dei bacini più vulnerabili agli effetti combinati delle attività umane e del cambiamento climatico; il nuovo studio, dal titolo: “Upwelling generates a unique refugium from climate change in the fast warming Eastern Mediterranean Sea”, documenta che «nel Mediterraneo orientale esiste una vera e propria zona rifugio climatica in grado di offrire una possibilità di sopravvivenza a molte specie minacciate dall’aumento delle temperature».
La ricerca, condotta in collaborazione con l’Enalia Physis Environmental Centre di Cipro, diverse università cipriote, l’Università di Vienna e numerosi altri istituti di ricerca europei e internazionali e alla SZN, ricorda che «il riscaldamento globale sta modificando profondamente il Mediterraneo: specie che preferiscono acque calde si stanno spostando verso nord, mentre specie tropicali introdotte attraverso il traffico navale o il Canale di Suez trovano condizioni sempre più favorevoli alla loro diffusione. Al contrario, le specie mediterranee adattate a climi temperati – che costituiscono la maggioranza della biodiversità autoctona – mostrano una scarsa tolleranza al caldo estremo e stanno scomparendo rapidamente…».

A differenza di molti studi precedenti, basati su modelli previsionali, la nuova ricerca ha testato l’ipotesi di rifugio climatico direttamente sul campo. Alla SZN spiegano che «i ricercatori hanno campionato comunità di molluschi tra 5 e 30 metri di profondità in diversi habitat – praterie di Posidonia oceanica e substrati rocciosi – sia all’interno sia all’esterno dell’area di upwelling. Le condizioni storiche di riferimento sono state ricostruite analizzando gli accumuli di conchiglie di molluschi presenti sul fondale che testimoniano la ricchezza di specie del passato. I risultati mostrano che la ricchezza di specie native nell’area di upwelling è di gran lunga superiore rispetto alle zone più calde circostanti, indipendentemente dal tipo di habitat».
I ricercatori evidenziano: «Nel Mediterraneo orientale, il sistema di upwelling di Cipro emerge come un caso unico: l’unico rifugio noto all’interno dell’intero bacino di Levante – compreso tra Rodi, la Turchia, il Medio Oriente e l’Egitto – dove la perdita di biodiversità è attualmente la più elevata del Mediterraneo». Poi aggiungono: «La scoperta di una zona rifugio in una delle aree più colpite dal riscaldamento marino cambia la nostra prospettiva sul futuro della biodiversità mediterranea. Proteggere questi ambienti significa guadagnare tempo prezioso per la conservazione delle specie e per l’adattamento degli ecosistemi ai cambiamenti in corso».
Lo studio, dunque, sottolinea l’urgenza di riconoscere e tutelare queste aree chiave, che potrebbero rappresentare l’ultima roccaforte per molte specie endemiche del Mediterraneo in un mare sempre più caldo, tanto che il 2024 è stato il più “bollente” degli ultimi 40 anni.







