“Tutto o niente, Vero. Tutto o niente”. Simone Sarasso, Colosseum. Arena di sangue, Rizzoli

All’inizio c’è un gladiatore che aspetta nella sua cella di entrare nell’arena per sostenere il combattimento conclusivo del primo dei cento giorni dedicati dall’imperatore Tito all’inaugurazione del Colosseo. “L’uomo ha gli occhi tristi e in bocca il sapore del destino”. Tutto è chiaro sin dall’inizio, in questo prologo: “Quello che sa è che oggi dovrà uccidere il suo migliore amico. Oppure, se sarà fortunato, cadere sotto i suoi colpi, dissetando con il proprio sangue la sabbia vigliacca…. Un mare di ricordi lo assale ma non c’è tempo.        Tre anni in un secondo, la memoria è un’arteria recisa che stilla dannatamente in fretta.  Non c’è tempo. Non ce n’è mai stato. Nessuna speranza e nessuna pietà adesso.              Tutto o niente, Vero. Tutto o niente.”

Da qui si dipana la storia che conduce a quel drammatico giorno d’agosto al Colosseo. Calgacus, “colui che possiede la spada”, cresce in un villaggio della Britannia a bottega da un fabbro, la madre è morta nel darlo alla luce, il padre un giorno non è più tornato. Ora ha compiuto diciassette anni e sta esplorando la sua forza e l’amore quando è catturato in un’incursione romana nel suo villaggio, la ragazza che corteggiava e il fabbro morti dinanzi  ai suoi occhi.

Comincia per il ragazzo, che ormai non ha più nome né identità, la via della schiavitù, prima in una cava presso Pompei, poi nella flotta dei classiarii di capo Miseno, infine a Roma nel cantiere del Colosseo. Ormai il suo nome è Vero e Vero comincia a fare amicizia con un “biondo dagli occhi di ghiaccio” chiamato Prisco, uno che ha sofferto tanto che niente può più sorprenderlo, tenace nella sua fatica da schiavo, libero nella mente. Di lui non si dirà mai molto, l’autore riserva il processo psicologico solo al più fragile dei due, Prisco si esprime nelle sue azioni.

Vero comincia a sentir parlare da compagni e sorveglianti dei gladiatori, dèi dell’arena, idoli delle folle e diventare gladiatore diventa il suo sogno segreto che nessuno può sporcargli, nemmeno le parole disincantate di Prisco nei commenti tra compagni durante le pause. Quando arriva un lanista nel cantiere per reclutare gladiatori, Vero crede sia giunta la sua occasione. Non viene scelto e allora attacca Prisco costringendolo a una zuffa furibonda: il lanista li prende entrambi, Vero è soddisfatto e ringrazia l’amico per essersi prestato al gioco. La risposta di Prisco lo sferza ma non lo gela: “Non ringraziarmi. Tu pensi di essere stato baciato dalla fortuna, ma hai appena gettato le nostre vite in una latrina, te ne accorgerai. Per colpa della tua testaccia abbiamo firmato un patto con la morte. Ecco che cazzo significa essere gladiatori.”

Comincia a farsi largo nel racconto una frase che, insieme a “Tutto o niente, Vero”, ne scandirà i momenti più drammatici, una frase del fabbro: “Attento a ciò che desideri, ragazzo. Perché potresti ottenerlo…”

E così i due cominciano il loro tirocinio di gladiatori, allenandosi sempre insieme, sono fuoco e ghiaccio, tutto impeto e passione Vero, calcolata riflessione Prisco. L’autore segue soprattutto Vero, per il quale nei momenti nodali della vicenda, rompe l’illusione del narratore oggettivo, del resto sempre in bilico nel romanzo, e gli si rivolge con frasi taglienti e aforistiche.

Quella che si sta raccontando è in fondo una storia di formazione ma come alla rovescia, interrotta e demandata a una vita che resterà fuori del cono di luce del romanzo. “L’ottuso britanno”, “il barbaro ignorante”, ha investito tutto nella disperata scelta di una gloria di sangue che non tarderà a ripugnargli. Ma ci vuole tempo…

Sarasso, oltre che di romanzi storici e mitologici, è scrittore di romanzi che affondano nel torbido della storia italiana tra faccendieri, mafiosi e corrotti, la melma in cui affonda il paese. In questo romanzo opera una spregiudicata contaminazione tra il mondo dei gladiatori della Roma imperiale e il suo personale senso del degrado e della marcescenza di una società. Il risultato presenta dissonanze e squilibri che se colpiscono e a volte urtano il il lettore, sono a mio parere voluti dall’autore.

L’ambiente è delineato con sicurezza, anche se con un tono costantemente indignato e spesso sopra le righe, ma a ben vedere non sono tanto la Roma imperiale e la gladiatura gli oggetti primari di uno sdegno e di un risentimento che potrebbero anche apparire cupamente moralistici, ma le verità della natura umana che esse rappresentano: potere e sangue. Sarasso comprime i tempi di formazione di un gladiatore, che non dovevano essere tanto brevi, opera un’inversione nelle sciagure che effettivamente funestarono il breve regno di Tito. Se si parte dall’eruzione del Vesuvio, inserisce prima la peste e poi l’incendio che devastarono Roma perché i suoi personaggi vedano interrotta dal morbo la loro formazione di gladiatori, rinsaldino la loro amicizia, vivendo una vita precaria quasi da combattenti “clandestini” e contribuiscano poi a riattivare la scuola.

Il destino comincia a reclamare il suo conto. Nella serata del combattimento che ha sancito la loro “promozione” a veterani e che li ha visti ancora uniti contro un’altra coppia di gladiatori, nella serata che il lanista organizza per loro, si fa largo tra tante una donna, che poi si capirà essere Giulia, unica figlia dell’imperatore Tito, che abbraccia Vero ma è poi attratta da Prisco, che ha intanto capito di non essere sensibile al fascino delle donne.

Tra i due comincia il silenzio, mentre Vero tira fuori tutta la sua rabbia. Non sa perdere, non può perdere, nemmeno in combattimenti non cruciali. La prima morte che infligge gli si incide nelle carni, combatte furiosamente contro Prisco alla presenza dell’imperatore e della figlia per la scelta delle familiae gladiatoriae che devono competere ai grandi giochi del Colosseo. “Vero è cattiveria pura, il volto una maschera di sangue”. Vince e “nell’aria intrisa di gloria a buon mercato, olio e sudore sotto gli applausi della scuola, nei gesti benevoli dell’Impero, nel sorriso confuso dell’unica (cioè Giulia), ci sta tutta la vita sprecata di Vero.

Signore del nulla, per un giorno soltanto. Eroe dell’abisso, vincitore di chi gli vuole bene. Questo è un addio e ancora non lo sa… Goditi la gloria, Vero. La stagione del dolore è appena cominciata”.

E pochi giorni dopo il dolore culmina e tracima. Vero è invitato col suo lanista a una festa al palazzo dell’imperatore. Dopo il sontuoso pranzo, gli ammiccamenti di Giulia, gli epigrammi graffianti del poeta Marziale, le danze voluttuose, ecco che Vero è ricondotto drasticamente al suo posto di schiavo guerriero. Mentre insegue Giulia, un nero colossale lo aggredisce, si improvvisa un’arena nella sala del palazzo, vengono date armi, Vero deve combattere contro un avversario possente e impetuoso ma impreparato. Lo sconfigge, gli viene imposto di ucciderlo. Quasi a sangue freddo.

Attento a ciò che desideri, ragazzo. Perché potresti ottenerlo.

Da quel momento la serata è vomito e sangue e lacrime, un sonno convulso in un angolo del palazzo e la rivelazione che si fa strada nella sua mente lenta, non è mai stato un tipo sveglio, se non per combattere e perseguire il suo folle sogno di gloria. Una gloria da schiavo. Ha capito ora che Prisco lo ama e non come un semplice fratello, non è il suo sentire ma deve chiarire con l’amico, scusarsi, dirgli che ha sempre avuto ragione: “Hai appena gettato le nostre vite in una latrina…abbiamo firmato un patto con la morte”.

Al Ludus non lo trova, l’amico si è fatto vendere a una scuola di Capua dove conoscerà ancora la gratuità della violenza. Tutto è finito.

Il cerchio si ricongiunge a quel giorno di agosto dal quale siamo partiti. I due amici si rivedono, si parlano a frasi rotte, Vero regge il bacio di Prisco, poi cerca di precisare, ma Prisco sa che il suo amore non potrà essere ricambiato allo stesso modo e ormai non gli importa. Al rilassamento di questo nuovo incontro segue la notizia bruciante: devono combattere l’uno contro l’altro in un combattimento sine missione, senza che uno dei due sopravviva.

Combattimento feroce in cui si rimescolano tutte le loro vite e i loro sentimenti. Vero ritorna feroce, spietato, anche se sa che se vincerà, passerà il resto della vita a pentirsene, Prisco pensa solo che l’ha amato, lo ha amato davvero. Lotta di armi, lotta di corpi, infine si ritrovano in ginocchio l’uno di fronte all’altro a tentare di strozzarsi e non smettono di fissarsi

I combattenti vengono divisi dall’arbitro. Deve decidere l’imperatore, che, su pressione della figlia, li proclama vincitori entrambi e assegna loro la rudis della libertà. Lieto fine? Sì e no.

I due compagni grondanti sangue si abbracciano, anzi è Vero che abbraccia Prisco e l’uomo di ghiaccio si scioglie. Marziale, tra il pubblico, promette di celebrarli in un epigramma ed effettivamente, nel Liber de spectaculis, c’è un epigramma dedicato a un Vero e a un Prisco che combatterono strenuamente senza arrendersi mai, costringendo Tito a questa inedita decisione: “Questo non è accaduto sotto nessun principe, Cesare, se non sotto di te: due combatterono, di entrambi fu la vittoria”. Questo è il culmine della gloria passata, poi dal giorno dopo i due fanno perdere le loro tracce.  Chi dice siano partiti insieme per le terre del Nord da cui provengono, chi dice che dopo un lungo abbraccio si siano separati. La formazione di Vero è tutta da ricominciare, c’è stata solo una sanguinosa, lacerante, ebbra falsa partenza. Si ricomincia.

Verrebbe ancora da dire: Tutto o niente, Vero.

Romanzo che meritoriamente tenta di cogliere il sentimento e l’orizzonte mentale e interiore di personaggi di un mondo abissalmente lontano dal nostro, ma che non riesce a esimersi del tutto dalle scene di colore e di massa, come nella lunga descrizione delle venationes e delle esecuzioni prima del combattimento tra Vero e Prisco. Ed è anche comprensibile, perché il romanzo si muove tra l’analisi dell’uomo individuo e l’analisi dell’uomo-massa che anche la scrittura alterna, a mio parere consapevolmente.

Da una parte c’è il il registro di una cauta ma tagliente introspezione sovrapposta abilmente e con pudore a personaggi che hanno poche parole e sono induriti dalla loro esperienza, dall’altra quello di una prosa narrativa e descrittiva, sia pur con toni allucinati che riequilibrano l’insieme. Il romanzo guarda infatti anche all’oggi e dietro quelle lunghe e funeree descrizioni di  feste imperiali, di sesso sfrenato e e di folle inebriate da spettacoli crudeli ci sono anche brandelli dell’uomo-massa attuale perso in rituali collettivi sicuramente meno crudeli, ma forse non meno inebrianti e alienanti.

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