In mostra, al Museo della Moda di Napoli, gli abiti di Fausto Sarli, raffinato couturier partenopeo scomparso nel 2010
Ancora qualche mese di tempo per ammirare gli splendidi abiti-scultura di Fausto Sarli, in mostra fino al 31 maggio nelle sale seicentesche di Palazzo Mondragone.
L’esposizione, curata da Paola Maddaluno, attraversa la produzione del grande stilista napoletano dagli anni Cinquanta fino agli anni Duemila. Il fulcro della mostra è costituito da 22 dei 50 abiti donati dallo stesso Sarli alla Fondazione Mondragone ed esposti nel Museo dal 2003. Questi capi sono stati oggetto di un meticoloso restauro e possono essere quindi ammirati in tutto il loro originario splendore.

Passeggiando tra le sale dell’esposizione, è possibile apprezzare nel dettaglio la perfezione del lavoro di un couturier che ha fatto di eleganza, unicità e arte le cifre distintive del suo stile: dagli abiti “Cerchio”, che portano la geometria nella moda, alla collezione “700 Napoletano”, con la sua profusione di ori e volant barocchi, passando per le suggestioni esotiche degli abiti “Polinesia”, fino alla serie “Intarsio”, in cui l’organza e le sete mikado strizzano l’occhio all’architettura e ai kimono orientali.
In quasi sessant’anni di carriera, Fausto Sarli ha realizzato abiti per le donne più esigenti del mondo, studiandone, per ognuna, carattere e stile con la stessa pignoleria con cui realizzava i suoi bozzetti, e costruendo creazioni sartoriali cucite sulla personalità oltre che sul corpo. Forse per questo divenne lo stilista di fiducia di tante signore dell’alta società napoletana prima, del jet set e della politica internazionale poi.
Genio creativo caratterizzato da inusuali umiltà e discrezione, poco avvezzo al divismo degli stilisti contemporanei, di sé diceva: «Io sono un sarto, sono un tagliatore: l’abito lo vedo e lo realizzo partendo dalla stoffa»; ed è proprio la magia della trasformazione della stoffa in scultura, attraverso le sue mani sapienti, che si può cogliere ammirando da vicino gli abiti esposti in mostra.
Abiti che, prima di ritornare alla città partenopea, dove tutto ebbe inizio, facevano sfoggio di sé nei guardaroba di Liz Taylor, Carla Fracci, Gina Lollobrigida, Mina e Carla Bruni.

Partendo dai primi capi che, negli anni Cinquanta, Sarli cuciva come aiutante del sarto Antonio De Luca, fino alle creazioni degli anni Duemila, il racconto del Museo della Moda pone l’attenzione sul rapporto personale e professionale che sempre legò “il tagliatore” alla tradizione sartoriale napoletana.
L’allestimento dell’esposizione, curato da Michele Iodice, punta sul binomio nero-oro, colori iconici del marchio Sarli, che trasformano lo spazio espositivo in un percorso costruito di luci e ombre, simbolicamente analogo ai pieni e vuoti delle architetture di stoffa create dal maestro. Gli abiti sembrano emergere fluttuanti dal buio della sala, proprio come sculture dalla prigionia del marmo. Attraverso un percorso espositivo articolato in cinque sezioni – movimento, colore, suono, concetto, attesa – ci si può calare nell’universo visionario di questo stilista-architetto, fatto di opere di rigorosa bellezza e, al contempo, espressione della grande tradizione del Made in Italy.

Ecco perché questa non è soltanto una mostra di moda, ma un concreto atto di restituzione: alla città di Napoli, alla sua antichissima tradizione sartoriale e a un maestro che ha saputo trasformare il semplice tessuto in linguaggio artistico.
Un’eredità preziosa, che il Museo della Moda di Napoli valorizza con intelligenza, offrendo al visitatore l’occasione di riscoprire un capitolo fondamentale della grande sartoria italiana e della storia culturale della città. Gli abiti di Fausto Sarli, sospesi tra rigore architettonico e poesia del gesto manuale, continuano a parlare al presente, ricordandoci che l’alta moda, prima ancora di essere abito, è soprattutto cultura, visione e memoria.







