Una zoccola, certo. O anche pantegana, o topone, come la/lo chiamano i pisciacquasanta per l’ombelicolo e le zite cuntignose, pensando che il vocabolo fosse pesantemente volgare e moderno. E invece il termine “zoccola” è antico quasi quanto il cucco venendo da succula, diminutivo sus – maiale, e dunque scrofa, per indicare appunto una scrofa e per estensione una femmina di facili costumi con un esercito di figli avuti chi sa con chi.
Dunque, invece del classico topolino, esserino minuscolo e poco significativo, dell’adagio popolare, l’elefantiaco incontro tra lor signori di qua e di là dal mare, ha fatto di peggio, avendo partorito una sorta di “madre” universale per un futuro esercito di topini. Sòrici, insomma.
La zoccola messa al mondo diventa così il simbolo di un’aberrazione economica, una iperbole comportamentale straordinariamente stolta, figlia di insipienza politica e miopia sociale. Perché, la rivisitazione al rialzo, a volte pesante, dei dazi sui prodotti che la mereca importa da ogni angolo del mondo non solo è un azzardo in quanto può portare al collasso dell’economia a stelle e strisce considerato che ci sarà gente che non comprerà, vuoi per ripicca vuoi per necessità, più per quest’ultima, ma anche perché al fine di ottenere lo sgravio daziario il taccone ha chiesto in contropartita acquisti miliardari di beni made in Usa. Fatto che mette la persona intelligente, per giusto calcolo, in condizioni di rivolgersi ad altri mercati meno “daziosi” o meno cari e certamente più competitivi.
Solo uno sprovveduto, ad esempio, comprerebbe del pessimo gas liquefatto a tre volte il suo prezzo e con l’obbligo di doverlo rigassificare se vuole utilizzarlo in quanto tale.
E solo un più che ignorante in mercati economico finanziari accetterebbe questo strombazzato accordo al “ribasso” (i dazi sono stati, bontà trumpesca, abbassati al 15 percento dopo una prima minaccia di imporli al 30 percento) firmando un documento capestro che impegna l’acquirente a comprare beni usa-e-getta per quasi ottocento miliardi di euro.
Cosa che porterebbe il valore reale dei dazi dal presunto, e sbandierato, come fosse una vittoria, quindici per cento, a quasi un cinquanta per cento di spesa in più per le asfittiche casse del Belpaese, nel caso specifico. Il tutto a scapito di una sanità sfasciata, di trasporti fatiscenti, di una istruzione che piange miseria, di un crollo verticale dei fondi per la sicurezza geomorfologica del territorio, e di un malessere generale avvertito dalla gente comune e dal ceto medio che vede sempre più ridotta la possibilità di poter accedere a beni che non siano “spazzatura”.
Se questo sgravamento non è quello di una “zoccola” di che parto mostruoso e irco-cervifero si tratta?







