La carica di polpette povere e lasagne “allutamate”

“Qua, si fa l’Italia o si muore” esclamò Peppino Garibaldi a Calatafimi, pronunciando la celeberrima frase che oggi, a Carnevale, che resta una delle feste devozionali più goderecce che mai siano state messe in calendario, potrebbe tranquillamente essere trasformata nella più semplice e pregna… “Cca, se magna ‘a lasagna e ‘a panza s’arrecrea”. Per i non capenti il dialetto napoletano il motto vale “qua si mangia la lasagna e si gode senza pudore”. Questo perché a Carnevale, e in quello napoletano in particolare, tutto quanto esiste di mangereccio, grasso, nzevato, succulento, saporito, sfizioso, e zucuso viene ingurgitato dal cannaruto personaggio della commedia della vita, Carnevale, Carnuvale.

Piatto principe della tavola, la lasagna che, come diceva Stefanile “ha dda essere allutammata ‘e cunnimma”, ovvero zeppa di condimento fecondatore come il letame. O pure “surata ‘e ragù… la lasagna è l’alfa e l’omega di ogni ragionamento culinario”, come asserì nel suo “Apologia della pasta. Con e senza puttanesca” il vostro umile scribacchino, che qua sta facendo l’elogio di questo piatto. Insomma, a Carnevale, la tavola per il pranzo caratteristico deve contemplare, quale regina, la lasagna, e accanto, un esercito di secondi piatti fatti di na muntagna ‘e purpette fritte dint’‘a nzogna, una montagna di polpette fritte nella sugna; na sperlonga (piatto ovale e basso) chiena di sacicci e ffriarielli mmescati cu ‘e cicule e ‘o cerasiello, ovvero piena di salsicce e broccoli mescolati con ciccioli e peperoncino.

E comunque, a proposito delle purpette, va detto che la tradizione vesuviana ammette solo “polpette povere”. Vale a dire polpette senza un briciolo di carne: ‘e ppurpette cu ‘a carna fujiuta, ma approntate con pane duro ammollato in acqua, uova, aglio, prezzemolo, pinoli, pepe, sale e uva passa.  E, infine, schierati come truppe d’assalto, sulla tavola non devono mancare ciotole ‘e sanguinaccio (e qua casca l’asino, mo, perché la legge vieta di prepararlo dal sangue di porco… ma quello pezzotto fatto con latte e cacao e zucchero … nunn’è ssangunaccio) e chiacchiere cu mmele, riavilulli e canditi, ciotole di sanguinaccio e chiacchiere con miele, confettini colorati e canditi.

Tutto innaffiato da corposi vini vesuviani, rossi.

Ovviamente, se putacaso avete messo in programma una serie di analisi del sangue, il consiglio che qua vi viene dato e quello di lasciare stare. Lassate perdere: v’’e ffacite ra cca a n’atu mese. Allora sì che usciranno quasi perfette e i valori di colesterolo e trigliceridi presentati non sembreranno più simili a una fotografia delle Alpi, con picchi e vette inimmaginabili.

Epperò, così come tutto comincia, come questo tempo che, da sant’Antuono a oggi, è stato quello dello scialo, della trasgressione culinaria, delle libagioni fatte senza sparagno al dio Bacco, altrettanto velocemente tutto finisce. E, il tempo della gozzoviglia senza sparagno lascia spazio a quello della contrizione culinaria, della mortificazione della carne, della povertà afflittiva del “nulla” nel piatto.

Domani, difatti, è tiempo de sarachielle (salacca) e vvruòccule (broccoli)… mangiare di magro, senza stravizi. Almeno fino San Giuseppe, allorché tornano le uova e la nzogna per frjiere ‘e zzeppule. Aspettando casatielli, ova toste e pastiere grano e tortani. Per grazia ricevuta, sarà Pasqua.

 

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