Congiure, guerre, tradimenti e crudeltà, delusioni private e affetti violati di Augusto

Nella presentazione editoriale, per i tipi di Castelvecchi (2013), sul risvolto di copertina si afferma che questo libro “è considerato uno dei migliori romanzi storici mai scritti, uno di quei rari capolavori come “Io, Claudio” di Robert Graves e “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, in grado di trascendere il genere di appartenenza.” I toni perentori di tali scritti sono sempre da prendere con un certo distacco, ma il riferimento a quei due romanzi ha un senso: sono romanzi di scrittori che non si sono dedicati esclusivamente al romanzo storico, ma hanno scritto romanzi storici per una necessità interiore, per un interesse specifico e coinvolgente per quell’epoca, per quel personaggio. Niente di più lontano dalle saghe che da qualche tempo imperversano, con serie di romanzi su Cesare, Annibale, Spartaco o lo stesso Ottaviano: magari il primo è pure riuscito ma poi, come nelle serie televisive, si procede in modo spesso stanco e prevedibile.

Quello che colpisce anzitutto in “Augustus” è la struttura; il romanzo si presenta come una raccolta di materiali: lettere, frammenti di Memorie e diari (Agrippa, la figlia Giulia), testimonianze, atti ufficiali che vanno a comporre dall’esterno il ritratto del personaggio, seguendo sostanzialmente la successione cronologica dall’ingresso nel teatro politico romano alla morte di Cesare sino alla vecchiaia.

Noto solo un piccolo errore onomastico, che mi sembra opportuno segnalare: il protagonista è denominato già da Cesare in due sue lettere Gaio Ottaviano. Allora era Gaio Ottavio, Ottaviano lo diventerà dopo l’adozione, assumendo il nomen gentis di Cesare, Giulio, e facendo diventare aggettivo il nome della sua gens di origine, la gens Ottavia. Quindi da Gaio Ottavio diventerà Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Ma è solo una nota a margine.

Il romanzo è un mosaico con tratti discordanti, ma è una discordanza che ha una sua intima coerenza perché ogni documento è saldamente ancorato alla prospettiva del suo autore e da queste diverse prospettive, spesso sugli identici fatti, il lettore può trarre una sua valutazione più equilibrata. Uomini e donne noti e realmente esistiti, altri oscuri e verosimili popolano il libro e  precipitano nel mondo del protagonista, nelle emozioni e nelle passioni che poteva suscitare, a seconda dei punti di vista, a seconda di quello che i personaggi sanno o credono di sapere.

Il protagonista emerge subito nella sua complessità e nel suo desiderio assoluto di potere. Una cosa sa bene sin dall’inizio, che vuole vincere e rimanere il solo arbitro in campo del destino di Roma. Per fare cosa? Non è una domanda immediata o almeno, anche i suoi collaboratori lo sanno solo col senno di poi e non hanno interesse a districare la verità delle intenzioni dalla propaganda.

Le Memorie di Agrippa sono immaginate scritte nel 13 a. C., le lettere di Mecenate a Tito Livio a partire dalla stessa epoca, apocrifi che ben intrecciano il vero al verosimile È proprio uno stanco Mecenate a lasciar scivolare una frase significativa rispondendo a una domanda dello storico sulla fine di Cesarione, il presunto figlio di Cesare e Cleopatra: “No, non fu messo a morte a causa del suo nome, ma a causa della sua ambizione, che era indiscutibile. Feci rilevare a Ottaviano quanto era giovane: mi ricordò che anche lui aveva avuto diciassette anni, un tempo, ed era stato ambizioso”.

Ambizioso e tragico, così appare il personaggio già nelle prime due parti, quando è visto da altri, ma è la terza parte a sorprendere il lettore. Qui prende la parola Ottaviano stesso, Augusto e imperatore, pochi giorni prima di morire, in una lunga lettera all’amico storico e cultore di filosofia Nicolao di Damasco, ebreo vicino ad Erode il Grande, personaggio realmente esistito la cui vasta opera comprendeva anche una encomiastica “Vita di Augusto”, di cui restano due ampi frammenti. Presente già prima come portavoce delle speranze di pace del mondo di lingua greca e ammiratore di Ottaviano, egli è ora il destinatario di una lunga confessione del suo augusto amico.

L’uomo è rimasto solo, sopravvissuto a tutti i suoi amici e collaboratori, con un unico obbligato erede che non ama, Tiberio, figlio della seconda moglie Livia, costretto a esiliare l’unica amata figlia Giulia in ossequio alle sue stesse leggi sull’adulterio.

Giulia parla anche in precedenza dagli estratti del suo diario a Pandataria, l’isola del Circeo dove è stata relegata, e rivela la feroce lucidità di un uomo che si è costretto a reprimere i suoi sentimenti più intimi al solo scopo di conservare e rafforzare il suo potere e l’ha resa pedina delle sue trame, dandola in sposa prima al cugino Marcello, poi ad Agrippa, poi a Tiberio. «Si trattasse soltanto di me – le dice prima di obbligarla a sposare Tiberio -, non te lo chiederei. Non ti consentirei di sposare un uomo simile. Ma non esisto soltanto io. Questo lo hai sempre saputo”. “Sì l’ho sempre saputo”».

Senso del dovere? Sacrificio di se stesso e delle persone amate per il superiore interesse dello Stato? Ma il potere ama qualcosa oltre se stesso in funzione solo di se stesso?

Mi sembra che Augusto morente nell’ultima parte del libro tenti una risposta a queste domande. Ripercorre in imperiosi scorci anche fatti che abbiamo già visto sotto la luce di altri testimoni. In diversi avevano già notato il silenzio e la freddezza che lo avevano avvolto giovanissimo, quando aveva appreso della morte di Cesare.

“Quando tornai dai miei amici sapevo di essere cambiato, di essere diverso da quello che ero stato. Conoscevo il mio destino ma non potevo parlarne con loro. Eppure erano miei amici. Anche se probabilmente non sarei stato in grado di esprimermi, sapevo come il mio destino allora fosse semplicemente questo: cambiare il mondo… Forse fu più l’istinto che la consapevolezza a farmi capire che, se il destino di un uomo è quello di cambiare il mondo, il prescelto deve anzitutto cambiare se stesso. Se vuole ubbidire al proprio destino, deve trovare o creare dentro di sé qualche parte spietata e segreta indifferente a lui stesso, agli altri, e persino al mondo che è destinato a rimodellare, non secondo il suo desiderio ma secondo un ordine di cui si renderà conto nel corso del processo.”

I toni e gli argomenti con i quali l’imperatore morente cerca di dare un senso alla sua opera mi sembra risentano in maniera evidente di quelli dell’Adriano di Marguerite Yourcenar (alcuni riscontri mi appaiono piuttosto puntuali): ha reso in fondo il mondo un luogo più vivibile, ne ha mitigato la rudezza e la violenza, tutto sarà travolto dal tempo, certo, “ma per il momento, per alcuni anni, l’ordine romano predomina. Predomina in ogni città italica importante, in ogni colonia, in ogni provincia…in tutto il mondo ho fondato scuole in modo da far conoscere la lingua latina e le tradizioni romane, e le ho fatte prosperare. La legge romana mitiga la crudeltà disordinata dei costumi provinciali…E il mondo guarda con timore reverenziale a quella Roma che io trovai costruita di argilla e che ora è fatta di marmo (espressione quest’ultima, attribuita da Svetonio all’imperatore)”.

Congiure, guerre, tradimenti e crudeltà, delusioni private e affetti violati, tutto si incanala in quel quel fiume tumultuoso e pauroso, poi maestosamente imponente e inarrestabile, che è il processo storico visto sotto la luce del destino. Acquietano così le loro angosce i grandi uomini di potere, che decidono le sorti dei popoli?

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