La montagna dei napoletani devastata dal fuoco. La Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti.
Quattro canadair e due elicotteri stanno cercando di affogare, da stamattina alle sette, le fiamme che da ieri sera hanno devastato il versante sud del Vesuvio. Serviranno centinaia di migliaia di metri cubi di acqua salata per spegnerle. Fanno la spola tra l’area che brucia e il mare di Torre Annunziata, caricando e scaricando acqua a tutto spiano, con un intervallo di una decina di minuti tra un lancio e l’altro. E, intanto, una nuvola marrone fatta di fumo acre penetra nelle case e nei polmoni di chi respira quella che una volta era un’aria talmente salubre da essere considerata un toccasana per i malati di petto, gli affetti da tubercolosi, che in quest’area venivano a curare quel male infido, prima della scoperta degli antibiotici. Una tragedia pari a una eruzione, quella che i vesuviani di Boscotrecase, Trecase, Torre del Greco, Terzigno, Boscoreale e San Giuseppe Vesuviano hanno visto manifestarsi in tutta la sua gravità da ieri pomeriggio e per tutta questa notte: le fiamme di venti, trenta focolai hanno ridotto in cenere più di duemilacinquecento ettari di pineta e ucciso migliaia di animali tra quelli che non sono riusciti a trovare scampo nella fuga.
Il fuoco ha ripreso ad aggredire il Vesuvio quando dopo diversi giorni di sofferenza e incendi le fiamme pareva fossero state spente. Volontari, vigili del fuoco e mezzi avevano lavorato e bloccato le fiamme. Poi, come se queste ultime fossero date la voce… in poco meno di un’ora, ieri pomeriggio, su tutta l’area si è scatenato l’inferno. Focolai dappertutto; alla Cupaccia, lungo i canaloni del versante terzignese, nella zona del campo sportivo, e poi, di ora in ora, mentre i canadair e l’elicottero si ritiravano, considerato che non potevano proseguire le operazioni per il sopraggiungere delle tenebre, anche nell’area della strada Matrone. Quanto tempo occorrerà per lo spegnimento? Giorni, settimane. Forse anche qualche mese. Mettere in sicurezza un territorio vasto e difficilmente praticabile come quello che si sviluppa dal lato nord di Boscotrecase, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, al Gran Cono è davvero difficoltoso. Senza contare la pericolosità del dilavamento che ne conseguirà tra l’autunno e l’inverno prossimi, allorché le piogge copiose faranno scendere miglia di metri cubi di fango sulle strade e sui paesi a valle, non essendo l’acqua più trattenuta e ostacolata nel defluire da radici e piante.
Il danno, quest’ultimo, dopo quello subito dal Vesuvio negli incendi del 2017, è stato davvero terribile. Quantificarlo sarà sicuramente un’impresa. E durerà per almeno mezzo secolo: la flora tanto particolare di questa zona non si ricostituisce da un giorno all’altro. Anche il ripopolamento da parte degli animali sarà problematico. Chi e perché abbia violentato la montagna, la sua flora, la fauna caratteristica che sul vulcano aveva trovato casa, quali gli interessi che hanno portato a tanto scempio, lo accerteranno le indagini che Procura e forze preposte hanno avviato. E poi servirà, quando tutto sarà finito e l’area bonificata da ogni possibile recrudescenza delle fiamme, un piano di protezione del territorio, e di questa specialissima Biosfera inserita nel Mab Unesco. Servirà lavoro, tanto. E servirà intesa tra esperti e parti politiche per salvare questa Montagna. Lo si deve alla gente che ha visto in pochi attimi bruciare vigneti e aree coltivate. Che ha visto andare in fiamme il lavoro di una vita e il futuro. Lo si deve, davvero, a questa terra così bella e tanto disgraziata.