Piccolo prontuario sentimentale del Museo Diocesano di Salerno

Si entra dalle antiche scale di basalto, consunte dai passi e dal tempo, sulle quali il cancello ornato in ferro, scuro come i gradini su cui poggia, apre i suoi battenti per accogliere il visitatore in un luogo fatto di silenzio e sobrietà; e se si è fortunati, come me, nella salita si viene accompagnati da una scia di profumo floreale e un po’ stucchevole, lasciata da qualche vezzosa visitatrice di terza età, probabilmente bionda, sicuramente devota.

Giungendo al primo piano, ci viene incontro tutta l’opulenza della luce del Mediterraneo, che inonda le dodici finestre del loggiato ottocentesco, accogliendo il visitatore come una padrona di casa troppo irruenta che lascia un po’ spaesati; e la luminosità dello spazio intorno rende ancora più netto il contrasto con la prima sala che si incontra sul percorso di visita e che si mostra a noi scura, defilata, immersa nella penombra, come si conviene a ogni luogo colmo di aspettative.
E le aspettative vengono immediatamente soddisfatte entrando in questo primo spazio, dove alloggiano le superstars del Museo Diocesano: i preziosi avori del Medioevo salernitano. Le tavolette si presentano adagiate su pannelli di velluto rosso cremisi, inserite in una struttura che ricorda un apparato teatrale, quasi un palcoscenico. Gli avori stessi ne sono ben consapevoli; così la scena se la prendono tutta, mostrandosi in tutto il loro perlaceo fulgore, come se fossero stati scolpiti il mese scorso e non quasi dieci secoli fa.


Differenti ipotesi sono state fatte sull’originaria collocazione delle formelle, perché molte risultano disperse, quindi non è possibile ricostruire nella sua totalità la composizione originale. Sono stati associati, gli avori salernitani, a quelli della Cattedra di Massimiano (vescovo di Ravenna nel VI secolo): si tratta di uno scanno totalmente rivestito di formelle eburnee e, in effetti, iconografia, impianto e scelte compositive trovano molte rispondenze. Ma troppi secoli dividono le due opere per poter azzardare una contiguità che vada oltre questi elementi. Per il visitatore la cosa è del tutto irrilevante. La bellezza e la luce emanate da queste piccole tavolette schive non sono suscettibili di nomi o datazioni.

Il consiglio è di soffermarsi sulle formelle del Nuovo Testamento, quelle con i due registri (superiore e inferiore) scolpiti in verticale: bizantine, anzi bizantinissime; basta guardare l’Ascensione, con il Cristo in trono, ieratico e autorevole, come un sovrano dell’Impero rappresentato nelle basiliche pseudo-orientali, sorretto da angeli pettinati alla moda della Costantinopoli altomedievale. Le figure di questi avori emergono dalle formelle come fossero scolpite nel burro: sinuose e morbide, espressive e definite fin nei dettagli più minuti, come i peli della coda del mulo che trasporta Maria durante la Fuga in Egitto o le trame della maglia dei soldati nella Strage degli Innocenti. E non serve avere la certezza degli autori — dei quali infatti non è nota l’identità — perché basta un rapido confronto con le architetture, le vesti e i tendaggi rappresentati nei mosaici delle chiese bizantine di Ravenna per rendersi conto di trovarsi davanti alla mano inconfondibile ed elegante di un maestro di Bisanzio; maestro che ha donato ai posteri queste figure ricamate nell’avorio, a testimonianza, oltre che di un’altissima e raffinata téchne, anche di un’epoca in cui i romani avevano ancora buon gusto.

Proseguendo la visita, si giunge alla Sala del Medioevo e qui veniamo a un’opera che fa tremare le vene ai polsi di coloro che hanno la coscienza sporca. È il Crocifisso ligneo o Cristo Triumphans. Sono solo pochi lacerti a rendere visibile un’opera che originariamente doveva presentarsi grandiosa; eppure, nonostante questo, l’effetto prodotto dallo sguardo di questo Cristo è incredibilmente potente. Il Gesù qui rappresentato è più simile al Dio ebraico dell’Antico Testamento: accigliato, inflessibile e distante. Non è il Cristo di Giotto che ha riscoperto l’umanità, né quello di Masaccio, carico di compassione. Questo riporta piuttosto alla mente l’icona bellissima e terribile del Cristo di Santa Caterina al Sinai. Il che ci fa rendere conto che, anche in questo caso, siamo ancora in presenza di echi di Bisanzio, sicuramente modulati attraverso una scuola pittorica del centro Italia, ma che comunque danno un risultato sincretico, unico e modernissimo nell’espressionismo del volto del Cristo.

Andando avanti nel percorso, si giunge alla Sala dell’Exultet. Gli Exultet erano rotoli di pergamena in uso durante il Medioevo: lunghi anche diversi metri, avevano valore didascalico per i fedeli che, per la quasi totalità, non potevano seguire la messa in latino (non conoscendolo). Questi rotoli infatti contenevano la preghiera del Sabato Santo, in forma sia di testo del canto, scritto in latino, che di miniature dipinte. Le miniature erano realizzate al rovescio, di modo che il diacono leggesse la preghiera e nel mentre svolgesse il rotolo, permettendo ai fedeli di seguire la celebrazione attraverso le immagini. Una sorta di film liturgico con sottotitoli, ma all’inverso. Le pagine di Salerno sono molto espressive e ben fatte; anche queste mostrano le contaminazioni (diffuse trasversalmente nella produzione artistica del Medioevo salernitano) con le miniature bizantine. Il loro stato conservativo è ottimo, il che rende piacevole e facile apprezzarne le forme e i colori originari: gli iconici blu, verde, rosso, bianco, ocra e oro.

Uscendo dalla stanza e continuando a percorrere il loggiato inondato di luce, si giunge quindi alla Sala del ‘600. Non serve neanche entrare per trovarsi davanti, sulla soglia, il volto più bello di tutto il Museo e probabilmente l’unico della sala sul quale valga davvero la pena di soffermare l’anima e lo sguardo.
Stiamo parlando di Giuditta, la più bella dell’Antico Testamento: spirito di guerriera e volto di regina. Il suo viso di perla del Bahrain emerge dall’oscurità illuminato di luce propria e rapisce all’istante. Gli occhi come diamanti neri dell’Hindustan, la bocca dipinta con il cremisi di una rosa e i capelli fulvi che sembrano lingue di fuoco vivo mettono in ombra tutto il resto. Svincolarsi dall’incantesimo di quel volto di luce è pressoché impossibile.
Anche per questa opera c’è un dibattito aperto: c’è chi la vuole figlia di Caravaggio, chi di Francesco Guarino (questa è l’attribuzione del museo), pittore campano del periodo barocco. Poco importa chi sia l’autore. Perché quel che è certo, e che resta dentro gli occhi e addosso, è la grazia luminosa di questa splendida figura dipinta.

È proprio questa luce limpida — che attraversa il loggiato ottocentesco, si posa sugli avori medievali, sopravvive nei blu degli Exultet e infine si raccoglie tutta nel volto di Giuditta — a racchiudere e rivelare l’anima di questo piccolo museo, fatto di opere che non cercano consenso ma contemplazione; opere che non gridano, ma parlano sottovoce, eppure con un’intensità rara, finendo lentamente per restarti dentro, come certi profumi, certe musiche o certi volti che, una volta conosciuti, risultano realmente impossibili da dimenticare.

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