Un viaggio visivo nella vita quotidiana della Napoli ottocentesca

Tra le molte testimonianze visive della Napoli dell’Ottocento, una delle più curiose e interessanti è rappresentata da una serie di incisioni realizzate dall’artista svedese Carl Jakob Lindström, denominate “Panorami delle scene popolari di Napoli”. Si tratta di incisioni raffiguranti spezzoni di vita popolare, realizzate ad acquaforte e poi acquerellate e applicate su supporti in cartone. Diciotto in tutto. Erano, e sono, contenute in un album unico, oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla quale è stato acquisito nel 1990. Le tavole prese in considerazione in questa sede sono cinque: Strada del Carmine, Molo, Pietra del Pesce, Toledo, Largo San Ferdinando. Ogni incisione è firmata dall’autore e datata tra il 1831 e il 1833, anche se il frontespizio della raccolta riporta l’anno 1832. Questo piccolo scarto cronologico non è raro nelle pubblicazioni dell’epoca e probabilmente riflette i tempi di realizzazione e di assemblaggio dell’opera.

Per capire meglio queste immagini è utile ricordare sinteticamente il percorso dell’artista. Lindström iniziò la propria carriera in Svezia, suo paese natale, per poi trasferirsi prima ad Amburgo e successivamente a Parigi. In seguito visse a Roma, dove riuscì a farsi conoscere come caricaturista e disegnatore. Napoli fu l’ultima tappa della sua vita: qui si stabilì definitivamente e continuò a lavorare fino alla morte, avvenuta nel 1841, specializzandosi nelle cosiddette scene di genere, consistenti nella rappresentazione di scene di vita quotidiana. Il Panorama delle scene popolari non è l’unica opera di questo tipo realizzata dall’artista. Nel 1836 pubblicò infatti anche Costumi e vestiture napolitani, una raccolta che riprendeva modelli già diffusi nel genere dei cosiddetti “costumi popolari”, all’epoca molto in voga, specie tra gli artisti stranieri. In quel caso, tuttavia, il lavoro risultava piuttosto convenzionale. Le incisioni del Panorama, invece, mostrano una vivacità e una libertà compositiva decisamente maggiori.

Una delle caratteristiche più interessanti della serie è il formato allungato delle tavole. Questa scelta permette all’artista di costruire scene di ampio respiro, che sembrano quasi delle fotografie al grandangolo, nelle quali convivono numerosi episodi contemporaneamente. Lo sguardo si muove quindi tra figure, mestieri, gesti e piccoli dettagli della vita urbana. Il risultato è una sorta di racconto visivo della città, nel quale si alternano ironia, osservazione realistica e dettagliata e una certa attenzione per gli aspetti più teatrali della vita quotidiana. Dal punto di vista compositivo, Lindström utilizza il tratteggio in modo molto calibrato: le figure in primo piano sono rese con maggiore ricchezza di segni, mentre quelle sullo sfondo sono semplificate e ridotte a linee essenziali. Questo consente di guidare l’attenzione dell’osservatore e di individuare, di volta in volta, i protagonisti della scena.

Le incisioni restituiscono così un’immagine estremamente animata della città. Le strade sono affollate da una grande varietà di personaggi: popolani, nobili, artigiani, venditori ambulanti, uomini eleganti e straccioni raffigurati con sguardo impietoso. Tutti partecipi di quel movimento continuo che tanto colpiva e affascinava l’immaginario dei viaggiatori stranieri dell’epoca. Una delle scene più caratteristiche è ambientata lungo via Toledo durante una giornata di pioggia e vento. In questa situazione Lindström ci mostra una figura tipica della Napoli di allora: quella del facchino, anche detto “passa-lava”. Si trattava di uomini che, con le gambe nude e spesso protetti da sacchi, trasportavano letteralmente a braccia i passanti più facoltosi da un marciapiede all’altro per evitare loro di attraversare il fango o l’acqua piovana. La composizione è costruita con un evidente gusto per il dettaglio ironico. Al centro compare un elegante signore in marsina sferzato dal vento, mentre sulla destra un ufficiale tenta di ripararsi con un ombrello. Un’altra scena è ambientata alla Pietra del Pesce, dove un venditore di maccheroni, impegnato nella sua cucina improvvisata all’aperto, e un acquaiolo ambulante dall’aspetto piuttosto malandato assistono con apparente indifferenza alla caduta di un calesse.

Al Molo, invece, il centro dell’attenzione è occupato da una bancarella di libri. Accanto ad essa una venditrice espone immagini sacre appese a un filo e fissate con mollette da bucato, un dettaglio che restituisce bene l’atmosfera popolare del luogo. Nella Strada del Carmine compare poi la figura del banditore di vino, considerato una sorta di antenato del moderno pazzariello, personaggio tradizionale della cultura napoletana legato alla pubblicità ambulante. Poco distante un prete assaggia distrattamente un grappolo d’uva appena comprato, aggiungendo alla scena una nota di quotidiana normalità. L’ultima incisione della serie introduce invece un momento più ufficiale. Qui è raffigurato il phaeton (la carrozza reale) del re, che rientra a palazzo dopo la consueta passeggiata pomeridiana. La carrozza attraversa la folla radunata a Largo San Ferdinando, mentre i presenti si dispongono ai lati della strada per lasciar passare il corteo.

Secondo lo storico dell’arte Roberto Pane, proprio in questa scena Lindström avrebbe inserito anche un piccolo autoritratto. L’artista sarebbe una delle due figure di secondo piano che avanzano verso il Largo di Palazzo tra una coppia borghese vista di spalle e il lanciere in posizione di attenti. I due uomini sembrano procedere distrattamente, quasi ignari del passaggio della carrozza reale. Il pittore potrebbe essere identificato nell’uomo con il cappello a falde larghe. L’oggetto piramidale portato dal suo accompagnatore sarebbe invece una camera ottica, uno strumento utilizzato fin dal XVII secolo per osservare e riprodurre le vedute. Una sorta di antenato della macchina fotografica, che probabilmente Lindström impiegava per fissare dal vero le scene della città e che, è verosimile che abbia utilizzato anche per realizzare i suoi folkloristici panorami partenopei.

 

Foto: Riproduzioni da Archiv Verlag

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