Tra storia e origini: i segreti di uno dei dolci partenopei più iconici.

NAPOLI – Parliamo della pastiera napoletana, il dolce pasquale per eccellenza, simbolo di rinascita e primavera, con origini che sarebbero legate ad antichi rituali pagani, nonché a celebrazioni dell’Epifania, e successivamente perfezionato nei conventi, in particolare quello di San Gregorio Armeno, tra il XVI e il XVII secolo.

Le sue 7 strisce di frolla non sono casuali, ma rappresentano, si dice, la mappa della città di Napoli, con i tre decumani intersecati dai cardini. Ma l’incredibile affonda le sue radici nel mito, per cui dobbiamo fare un salto indietro fino all’epoca romana o forse addirittura greca, ovvero alla leggenda della Sirena Partenope. Si narra infatti che questa, col suo canto, ammaliava il golfo dell’allora Neapolis, scelto a dimora, ricevendo in dono dai napoletani sette ingredienti (grano, ricotta, uova, grano tenero, acqua di fiori d’arancio, spezie e zucchero) che, mescolati, crearono il dolce, il quale fu poi offerto agli dei.

Pastiera della Sirena. Dal webPiù dettagliatamente, la leggenda narra che la gente del posto, per ringraziarla del suo canto melodioso e dolcissimo, che si spandeva ed incantava il Golfo di Napoli, inviò sette giovani fanciulle con doni provenienti dalla terra: ricotta, simbolo di abbondanza; farina, simbolo di ricchezza; uova, simbolo di fertilità; grano nel latte, simbolo della fusione del regno animale e vegetale; zucchero, per celebrare il dolce canto della sirena; spezie, omaggio di tutti i popoli; fiori di arancio, quale profumo della terra campana. La sirena portò questi regali agli dei che, impressionati dal gesto, mescolarono tutti gli ingredienti creando la pastiera. Partenope allora fu incaricata di tornare dove aveva ricevuto i doni e farne omaggio ai Napoletani.

Un’altra storia sulla pastiera napoletana racconta di un pescatore che, dopo una tempesta, trovò sulla spiaggia ricotta, grano, frutta candita, uova e fiori d’arancio, mescolandoli per creare il più che famoso e conosciuto dolce.

Riguardo poi all’origine conventuale della prelibatezza, la ricetta attuale fu completata e ottimizzata dalle monache del convento di San Gregorio Armeno, famose per la preparazione di pastiere destinate ai nobili e all’alta borghesia napoletana. Si afferma che le suore usassero ingredienti simbolici della Resurrezione. A proposito della Regina Maria Teresa d’Austria, una leggenda narra che la moglie di Ferdinando II di Borbone (noto gourmand), soprannominata “la Regina che non sorride mai”, lo fece per la prima volta assaggiando la pastiera.

Lo scalco alla moderna di Antonio Latini. Dal web

Ancora, ecco la storia della gastronomia a stampa, che è chiarissima: la prima apparizione della Pastiera la troviamo nel mitico “Lo Scalco alla Moderna”, di Antonio Latini, del 1692.

La tradizione napoletana vuole che la pastiera si prepari il Giovedì Santo (si può conservare per almeno 10 giorni), per far riposare il dolce, permettendo ai profumi di ricotta, grano e fior d’arancio, di amalgamarsi perfettamente. La gustosissima pastiera (che si prepara anche nel periodo natalizio), è dunque molto più di un dolce: è un rito che celebra la Pasqua, la storia di Napoli e la continuità familiare. Ogni famiglia conserva la propria ricetta “segreta”, ovviamente per ciascuna la migiore in assoluto.

Comunque sia, la mangeremo con l’augurio di una serena e “saporita” Pasqua 2026.

 

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