Un arguto romanzo al femminile ambientato nella Pompei del 63 d.C.

L’espediente è quello classico del romanzo storico, il ritrovamento di un manoscritto. Nei nuovi scavi di Ercolano è stato rinvenuto un codice semicarbonizzato contenente lo scartafaccio di una colta giovane donna di Pompei, le cui sorelle sono sposate ad Ercolano: il romanzo è la traduzione del codice, che presenta anche ampie lacune, con tanto di note storico-filologiche del moderno editore e relativa satira del mondo accademico.

Figlia di un libraio che ha al suo servizio una piccola pattuglia di copisti e fa quindi anche “l’editore”, Vibia Tirrena è libraia anch’essa, lettrice accanita ed esigente, filosofa epicurea e mentore di alcune ragazze pompeiane, che sogna di coinvolgere nel progetto di un’accademia femminile che permetta anche alle donne di studiare. Sposata con un vecchio compagno d’infanzia, dopo un’infelice matrimonio dal quale ha avuto un figlio subito morto, Vibia alleva tre figli non suoi venuti dalle strade di Pompei, e vive in una sorta di famiglia allargata con i figli, il padre e la di lui schiava e compagna e il marito pittore, che però è legato da “amore greco” a un suo amico e collega con il quale affresca gli ambienti delle case dei nuovi ricchi di Pompei. Nella Pompei del 63 d.C. bisogna fare economia di spazi dopo il devastante terremoto che l’anno prima ha prostrato la città.

Ritratto di donna da Pompei

Il racconto non ha propriamente un inizio né una fine, è uno scartafaccio di memorie personali, riflessioni, ricette di cucina, citazioni di Ippocrate (sulla fisiologia femminile) e di Ovidio, nel quale si delinea la tenue storia di una vestale che ha lasciato il servizio, amante di Nerone, che deve preparare l’arrivo dell’imperatore a Pompei e avere con lui un convegno d’amore, non senza aver prima rinfrescato le sue inaridite virtù amatorie. Vibia è incaricata della preparazione dell’evento, ma proprio a questo punto il codice ercolanese diventa frammentario, il che permette all’autrice, con felice e smaliziata scelta narrativa, di non inoltrarsi nella lubrica vicenda ed estrapolarne solo i momenti più divertenti senza cadere nel greve.

“Un Satyricon al femminile” viene definito il romanzo nella seconda di copertina e il riferimento è fin troppo smaccato, ma certo bisogna dire che il Satyricon è ben presente all’autrice (che, con eleganza narrativa, ce lo fa trovare in una nota di Vibia sui libri da procurare per copiarli), per il ritmo narrativo rapido e la prospettiva scanzonata e demistificante su un mondo visto dal basso, nei suoi aspetti ordinari, a volte persino sordidi, ma senza morbosità e compiacimento.

Un discorso a parte meriterebbe la Pompei che emerge dalle pagine del romanzo, e qui condenso al massimo: la Covito non indulge alla “sindrome della guida” a cui cedono molti autori di romanzi pompeiani, non ci squaderna in maniera illustrativa personaggi noti della vita cittadina restituiti dagli scavi e descrizioni di case; tutti i riferimenti pompeiani, della Pompei del 63 d. C. e non del 79, dai graffiti agli edifici, alcuni molto precisi e riconoscibili, sono saldamente incastonati nel racconto e subordinati alla costruzione dei personaggi, che sono tanti, ma a loro volta subordinati alla personalità e alla visione della vita della protagonista.

Ritratto femminile – Pompei

Vibia ha i tratti di altre figure femminile dei romanzi di Carmen Covito, donne ferite dagli uomini e dal potere maschile, ma che non si lasciano abbattere, non procaci e provocanti, ma dotate di un’intelligenza sottile e ironica, di una cultura personale e critica, che sanno ricostruire i rapporti con gli uomini e la società a loro modo. Ha sulla realtà uno sguardo “filosofico”, ma al contempo scanzonato: «“La fama ricevuta da ricchezza e bellezza dura poco, la virtù splende solida in eterno”. Ripetere mattina e sera un numero di volte sufficiente a convincersi che è vero».

Alla fine, dovendo aiutare la Vestale a ritrovare la strada della Venere fisica, incontrerà anche lei il sesso con un dotato attore, finalmente stavolta solo per sua volontà e suo piacere. «Nella filosofia epicurea il maggiore dei beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita è l’amicizia. Ma certe volte essere solo amici non è saggio».

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