L’antica tradizione delle messe per le anime purganti in un piccolo borgo del beneventano
Nella quarta domenica di Quaresima, nella città barocca di Cerreto Sannita, in provincia di Benevento, sul sagrato della Collegiata di San Martino Vescovo si svolge l’asta delle anime del Purgatorio, o L’ Priatorij, come la chiamano affettuosamente gli abitanti del paese. Si tratta di un pubblico incanto nel quale vengono messi all’asta prodotti di vario genere, alimentari e non, offerti o preparati dai cittadini cerretani. Il ricavato è destinato alle attività della parrocchia e alle messe a suffragio dei defunti, in particolare delle “anime purganti”, per agevolarne e abbreviarne la permanenza nel Purgatorio.
È una vera e propria cerimonia-spettacolo: un attore protagonista, l’”astaio”, tiene il palco con battute di spirito e inviti in dialetto, battendo le vendite con un grosso martello di legno su un banco sistemato dirimpetto alla porta della chiesa; poi ci sono gli attori secondari, gli acquirenti, che osservano la merce seduti sulle panche liturgiche, alzando vicendevolmente l’asticella della generosità con l’offerta migliore; e un pubblico, curioso e divertito, assiste alla scena sistemato all’addiaccio tra le scale e il sagrato.

Quello delle anime purganti è un culto antico e storicamente molto sentito nella devozione popolare del Sud Italia, specialmente dopo il Concilio di Trento (1545-1563). L’asta del Purgatorio, in particolare, affonda le sue radici nel XVII secolo, quando ancora si chiamava con l’antico nome in dialetto sannita “Staca degli Anime”.
Nel 1688 la città, costruita su un braccio del tratturo regio che dagli Abruzzi conduceva alle Puglie, fu distrutta da un violentissimo terremoto: “il tremuoto che distrusse la maggior parte dell’antica città e uccise più di quattromila cittadini”, come recita una fonte storica. La ricostruzione che ne seguì, voluta dai conti Carafa, signori di Cerreto, ebbe nella chiesa di San Martino il proprio fulcro materiale e simbolico, attorno al quale la comunità si raccolse per partecipare alla rinascita del paese. Essendo la più grande e importante chiesa della città, essa concentrava funzioni religiose, processioni, feste liturgiche e riti collettivi ed era quindi naturale che qui si radicasse ogni tradizione popolare di rilievo. Il luogo divenne così simbolo del rifacimento identitario e spazio di conforto per una comunità che aveva perso quasi tutto e che aveva bisogno di restare unita per ritrovarsi e riconoscersi.
È in questo contesto che nasce l’offerta di prodotti alla parrocchia: era un modo per contribuire alle spese della vita curiale e del culto, quando ancora non esisteva la congrua, ossia la dote statale a sostegno dell’ufficio parrocchiale e, contemporaneamente, fare un atto di solidarietà comunitaria. Una quota importante del suffragio era dedicata alle anime più bisognose, le “anime pezzentelle” (dimenticate), ovvero quelle che non avevano più parenti in vita o i cui familiari erano troppo poveri per pagare messe individuali. Anticamente, si credeva che queste anime fossero “abbandonate” nel loro dolore; l’asta permetteva alla comunità di adottarle spiritualmente.
Chi non possedeva denaro contante poteva donare frutti della terra, generi alimentari o animali, che venivano poi convertiti in denaro spendibile per la ricostruzione e la vita ecclesiastica. Le offerte più diffuse erano olio, vino, farina, oggetti più o meno preziosi come candele benedette, utensili da cucina e da lavoro, cesti artigianali e curiosità varie. Ogni cittadino offriva ciò che poteva, così che ciascuno potesse contribuire alla costruzione della comunità secondo le proprie possibilità.

Durante le vendite, la gente partecipava, rideva e scherzava, tra gli inviti dell’astaio che reclamava prove di devozione dei fedeli con battute del genere: “Chi vuole quest’anima allegra, alzi il cuore e la mano senza tregua!”. L’asta si trasformava così in un’occasione di festa e devozione insieme, nella commistione di sacro e secolare che sempre caratterizza questo genere di tradizioni popolari.
Col tempo, il rituale antico è in parte mutato. Oggi L’ Priatorij è aperta da una persona che richiama gli acquirenti al suono di un antico corno in osso; si aggiunge la recitazione di qualche poesia o di un brano in dialetto per rammentare agli astanti la storia e il senso del rituale, e sul banco votivo troviamo soprattutto prodotti alimentari: conserve, taralli, dolci fatti in casa – ciambelloni, crostate o zeppole di San Giuseppe – ma anche bottiglie di salsa e torte rustiche. Fino alla metà del Novecento il ricavato veniva diviso tra i preti presenti all’asta. Oggi una parte è destinata all’attività della parrocchia e un’altra viene impiegata nelle messe a suffragio delle anime purganti.
L’asta per le anime del Purgatorio è quindi, oltre che una delle più antiche tradizioni cerretesi, anche un momento simbolico fortissimo di ruralità e solidarietà, di condivisione, memoria e legame con i defunti; un momento di partecipazione civica e di costruzione identitaria che sopravvive da oltre tre secoli. Il riconoscimento della sua importanza è arrivato nel novembre 2025, quando L’ Priatorij – Asta del Purgatorio è stata ufficialmente inserita nel Registro IPIC – Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano, sancendone il valore di bene collettivo e memoria viva, evento di rilevanza regionale e riconoscimento dell’impegno di quanti, negli anni, hanno lavorato con passione e dedizione per custodirne e tutelarne lo spirito e l’autenticità.






