La povertà educativa in città e nell’area metropolitana rimane una sfida strutturale complessa, con una forte incidenza del contesto sociale e familiare sullo sviluppo dei minori

NAPOLI – Riguardo alla “dispersione scolastica”, nonostante le criticità, i dati del 2025 indicano una “lenta ma costante diminuzione” di tale fenomeno in Campania, con il recupero di circa 8mila studenti, mentre il tasso in provincia di Napoli è sceso, con una riduzione di tre punti in due anni, come evidenziato da fonte del Ministero dell’Istruzione.

Situazione Critica 2024-2025: i dati precedenti all’ inizio del 2025 mostravano allarme, con oltre 800 studenti che non avevano mai frequentato la scuola tra settembre 2023 e gennaio 2024, e oltre 7mila alunni con assenze significative. Deprivazione materiale e culturale: una ricerca di inizio 2026 (progetto “Barriere Invisibili”) sottolinea che a Napoli e provincia circa 6mila adolescenti soffrono di povertà educativa, con il 5% dei ragazzi in stato di “grave deprivazione materiale”.

Contrasto alla Povertà Educativa: progetti come “Criscito” (Borgo Sant’Antonio Abate, attivo nel 2025), mirano a creare spazi pomeridiani educativi per bambini e laboratori per donne, contrastando l’isolamento sociale. Un altro esempio è il progetto OPENN di Foqus – Fondazione Quartieri Spagnoli, focalizzato sulla formazione e l’inclusione. A Napoli la povertà educativa lascia gli adolescenti senza futuro, secondo i dati della ricerca “Barriere invisibili”, condotta dall’Università “Federico II” di Napoli e il polo ricerche di Save the Children. L’indagine spiega che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso, è tra le “barriere invisibili” più rilevanti, che ostacolano il futuro degli adolescenti napoletani: lo dichiara il 12% degli intervistati, con un 5% che ha affermato di vivere in condizioni di grave  deprivazione materiale, situazione che si rileva in particolare nelle periferie della città, quali Scampia, Chiaiano, Piscinola, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, e nei comuni di Casoria, Afragola, Caivano, Cardito, Crispano, Acerra.

Si tratta di ragazzi che, proprio in virtù delle condizioni familiari, oltre a frequentare la scuola, lavorano: il 6,7% tutti i giorni, il 16% saltuariamente, mentre il 21% cerca lavoro. La povertà educativa nell’area metropolitana di Napoli trae origine principalmente – come detto – dal contesto familiare e da quello sociale. La ricerca, coordinata dalla docente federiciana Cristina Davino, è stata realizzata con il supporto del progetto: “Grins Growing resilient, inclusive and sustainable”, finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr, con il sostegno dell’assessorato alla Scuola, Politiche sociali e Politiche giovanili, della Regione Campania e dell’assessorato all’Istruzione del Comune di Napoli. L’indagine ha potuto contare sulla partecipazione di 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo settore e servizi sociali, coinvolgendo 3.800 studenti, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, e 300 ragazzi che sono usciti dal circuito scolastico.

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A ridurre il tempo dedicato allo studio, anche la necessità di doversi occupare di familiari e/o della casa in generale (12%). Per quanto riguarda il giudizio sulla scuola, il 59,4% del campione giudica favorevolmente la disponibilità di servizi offerti quali, ad esempio, corsi di recupero e attività culturali, mentre è negativo il giudizio relativo alle infrastrutture scolastiche come palestre, strumenti digitali, biblioteche, ritenute dal 43,3% del campione insoddisfacenti. Mura scolastiche entro le quali, il 12% degli intervistati dichiara di avere subito atti di bullismo.

Quasi la metà dei ragazzi e delle ragazze intervistati (esattamente il 46,5%), non ha letto alcun libro nell’ultimo anno, al di fuori dei testi scolastici, mentre il 33,4% ha affermato di essere connesso a dispositivi online per più di cinque ore al giorno, e il 54,9% da una a cinque ore al giorno. Il 42,8 % non fa attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione.  Lo studio, si sottolinea, ha adottato un approccio metodologico misto, combinando la raccolta di dati su vasta scala con interviste qualitative rivolte a esperti e operatori del settore. Grazie al sostegno delle istituzioni locali, la ricerca ha mappato capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono.

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Proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%). La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%), sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani.

Dal campione analizzato, emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro appagante se dovessero restare in Italia o comunque nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo da poter proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità, per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %). L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali.

Le “Barriere invisibili” rappresentano, dunque, quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori. «Abbiamo affrontato un tema importante, con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti», spiega Cristina Davino, coordinatrice della ricerca. «Prima nel suo genere in Italia, questa indagine così capillare non sarebbe stata possibile senza il protagonismo delle scuole, delle istituzioni locali e del Terzo settore», ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice della ricerca di Save the Children. Insomma un lavoro di squadra “sul campo”, davvero significativo ed encomiabile.

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