Un prototipo di socialismo illuminato nell’Italia del Settecento

“Non essendo certamente l’ultimo dei miei desideri quello di ritrovare un luogo ameno e separato dal rumore della corte (…) pensai dunque di scegliere un luogo più riparato, che fosse quasi un romitorio e trovai il più opportuno essere il sito di San Leucio”. Così scriveva Ferdinando IV di Napoli in un documento del 1789, in merito al suo desiderio di trovare, nelle terre del Regno, un rifugio che gli avrebbe donato un adeguato riposo dai gravosi oneri reali.

La sua scelta era caduta perciò su di un sito situato alle pendici del monte San Leucio, poco distante dal parco della reggia casertana, talmente vicino da poter essere raggiunto con una passeggiata a cavallo di pochi minuti. La strada che connetteva i due siti era parte di un semplice ed efficiente reticolato di strade ortogonali, disegnate da Luigi Vanvitelli a partire dal 1752, quando il re Carlo III, padre di Ferdinando, aveva comprato la proprietà leuciana dai principi Gaetani di Sermoneta con l’intento di farne una riserva di caccia.

La proprietà era stata poi restaurata su progetto dello stesso Vanvitelli e aveva iniziato ad ampliarsi, comprendendo il corpo centrale con il casino di caccia (dove risiedeva la famiglia reale durante le visite alla proprietà) e annettendo edifici destinati alle attività agricole: la vaccheria, i locali per gli impianti zootecnici e le case dei contadini, ma, soprattutto, la prima piccola fabbrica di lavorazione della seta. Era stata la regina consorte di Carlo, Maria Amalia, donna colta e promotrice delle arti, a introdurre a Caserta l’allevamento dei bachi da seta; un’altra donna, la regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando, aveva dopo di lei proseguito e ampliato il progetto, coadiuvando il marito nella realizzazione di quella che sarebbe diventata, nel 1776, la “Real Colonia di San Leucio”.

Il grandioso progetto che il re aveva affidato a Francesco Collecini (prosecutore del lavoro di Vanvitelli, nonché suo collaboratore a Caserta) prevedeva una vera città in campagna, autonoma e autosufficiente, con una zona riservata ad agricoltura e bestiame; un’altra, raccolta intorno al corpo centrale, il cosiddetto “Belvedere”, avrebbe contenuto gli edifici più importanti: chiesa, scuola, alloggi, filanda, filatoi e gli opifici; ed una terza, separata da un viale, dove sarebbero sorte le abitazioni dei lavoratori. Un complesso di vie rettilinee separava e connetteva, ordinatamente, ogni angolo della tenuta, racchiusa da un muro perimetrale che cingeva il monte San Leucio per una lunghezza di 12 km. L’accesso al complesso era segnato da un seicentesco arco monumentale — tuttora in piedi — sormontato dallo stemma dei Borbone affiancato da due leoni.

Nel 1789, l’anno in cui Parigi iniziava a macchiarsi del sangue della Rivoluzione, San Leucio apriva i battenti della sua fabbrica di sete, con i filatoi e i telai mossi dalla forza motrice dell’acqua convogliata dall’acquedotto Carolino, lo stesso che animava i viali della Reggia con i festosi ghiribizzi acquatici delle sue fontane monumentali. Con la produzione a pieno regime si contavano più di duecento lavoratori, impegnati su apparecchi sempre più raffinati e guidati da maestri francesi fatti venire a Caserta dalla regina Maria Carolina, entusiasta estimatrice dell’art parisien.

I filatori lavoravano nel Belvedere e vivevano nelle abitazioni prospicienti, le cosiddette “case dei Tessitori”, che Ferdinando aveva fatto costruire appositamente per loro. Queste dimore, con finestre e ingresso sul lato anteriore, lucernario e spazio verde privato sul lato posteriore, sono uno degli esempi più moderni di edilizia popolare e anticipano le case a schiera dei giorni nostri con un risultato estetico di grande ordine e civiltà. L’idea di Ferdinando era donare queste abitazioni ai giovani che decidevano di sposarsi e rimanere a lavorare in colonia, invece della dote della sposa, che lui aveva abolito, per evitare discriminazioni; in aggiunta, nella casa veniva installato anche (almeno) un telaio, in modo che ogni famiglia potesse lavorare ed essere autosufficiente. Per i figli dei tessitori, maschi e femmine dai 6 anni in su, furono istituite scuole obbligatorie: fu il primo esempio di scuola dell’obbligo in Europa.

Queste disposizioni vennero redatte in un testo giuridico denominato Codice Leuciano, i cui capisaldi erano parità, merito e morale. Per citare le parole del re: «Essendo voi tutti Artisti, la legge che io v’impongo, è quella di una perfetta eguaglianza». Anche nella forma: tutti dovevano infatti vestire allo stesso modo, in maniera semplice, evitando lussi ed esclusivamente con le stoffe prodotte nello stabilimento (vietatissimi i tessuti stranieri); non esistevano differenze di ceto o di nascita: unico merito era considerata la virtù e l’unica distinzione possibile l’abilità nel proprio mestiere. Il salario progrediva con l’esperienza e la meritocrazia veniva premiata con pubblici riconoscimenti; l’orario di lavoro era fissato a 11 ore al giorno (contro le 14 della norma europea); vi erano regole severe su igiene e pulizia e l’assistenza sanitaria era gratuita per tutti; doti e testamenti furono aboliti — per evitare disparità tra i lavoratori — e vennero istituite una “Cassa di carità” e una “Cassa per gli infermi”, curate dal parroco e dagli anziani della colonia, per scongiurare abbandono e mendicità, considerate tra le peggiori piaghe sociali. I reati minori venivano puniti con ammende, e quelli contro la morale con l’espulsione dalla colonia.

Il Codice di Ferdinando e la città di San Leucio suscitarono molti dibattiti tra i contemporanei per la novità e il progressismo di certi aspetti. Guardando il fenomeno ex post, molti storici ritengono che l’esperimento leuciano si possa inserire nell’ambito delle utopie sociali diffuse nel ‘700, di derivazione illuminista, a metà tra la Città del Sole di Campanella e il dispotismo illuminato di Federico di Prussia. Tant’è che la colonia doveva costituire il primo nucleo di un progetto reale molto più ambizioso, che prevedeva la creazione di una città ideale chiamata “Ferdinandopoli”, che solo l’invasione sabauda del Regno impedì giungesse a compimento.

Dopo il 1860, infatti, il sito di San Leucio e tutto quello che in esso era contenuto furono annessi al demanio statale e il progetto ferdinandeo venne sgretolato in pochi anni. Ma non tutto fu perduto: nel 1895, un imprenditore genovese, Leopoldo De Negri, decise di rilevare il sito e riprendere la produzione serica, specializzandosi nella manifattura di prodotti di lusso per un mercato di nicchia. La famiglia De Negri ha continuato a produrre stoffe con gli stessi metodi ottocenteschi, utilizzando le antiche tecniche d’intreccio, come il famoso punto San Leucio. E così, ancora oggi, le sete casertane se ne vanno per il mondo, nei solenni palazzi delle istituzioni, a sussurrare, tra la trama e l’ordito del potere, i sogni antichi di un re tramutati in rinnovata, eterna bellezza.

Crediti fotografici: web

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